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Il mito dell'abbondanza, di David De Biasi
Visioni del futuro - Varie
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Lucas Cranach, L'età dell'oro, 1530 c.

Nell'analisi psicologica junghiana il mito è un'espressione, in forma narrativa e simbolica, di una realtà psichica umana: da questo punto di vista le immagini mitologiche veicolano e traducono sentimenti, pulsioni, desideri universali. Il mito viene assunto, perciò, come una manifestazione collettiva altamente elaborata dello spirito umano, di cui rivela e, al tempo stesso, dissimula certe tendenze inconsce.

La psiche umana nasconde un sogno, più o meno subconscio, di un'utopia senza tempo dove si può godere di un'abbondanza illimitata, un mondo privo di sofferenza e mortalità, pieno di vitalità e piaceri. Il mito che ha incarnato, più di ogni altro, tale desiderio umano di abbondanza è quello dell'Età dell'Oro.

L'Età dell'Oro (mito che si ritrova sia nelle cultura occidentale che nella cultura orientale) è un tempo in cui non esiste morte né sofferenza, bensì serenità ed abbondanza. In questo sogno risuona l'eco nostalgico di un passato antico o luogo lontano ormai perduto che affonda le radici in un'ideale e perfetta società, ma anche la speranza di una rinnovata epoca di pace, giustizia e abbondanza che raggiungeremo in futuro.

L'immagine dell'abbondanza trova eco nelle "ricerche" del Graal, delle Isole Felici, dell'Eldorado, della Pietra filosofale, della Fontana della Giovinezza, dai bisogni palingenetici di rinascita e di rinnovamento, ai desideri di redenzione e riscatto anche terreno, a miraggi di immortalità che proprio nel Rinascimento hanno conosciuto un nuovo vigore.

Il mito di un'età aurea e di un paradiso originario incarna il desiderio umano di abbondanza, un desiderio che include quello di eterna giovinezza, di giustizia ed eguaglianza, di armonia con la natura.

La testimonianza più antica del mito dell'età dell'oro nel mondo greco è quella contenuta nel poema Le opere e i giorni di Esiodo (metà del secolo VIII a. C.):

«Gli dei immortali... fecero una stirpe aurea di uomini mortali, che vissero al tempo di Crono. Essi vivevano come numi, senza dolori, senza fatiche, senza pene. Non gravava su di loro la vecchiaia... si rallegravano in conviti in assenza di ogni male... avevano ogni sorta di beni: la terra fertile produceva spontaneamente frutti ricchi e copiosi. Benevoli e pacifici, abitavano nelle loro terre ricchi di greggi e amati dagli dei beati »

Nel racconto di Teopompo di Chio, il figlio di una ninfa narra al re Frigio Mida di una terra posta al di là dell'Oceano: la Terra di Merope. Là gli uomini sono alti il doppio e la loro vita ha una durata anch'essa doppia rispetto a quella degli uomini che abitano il mondo conosciuto. Le loro leggi prescrivevano comportamenti opposti a quelli in uso in Grecia. La loro vita assomigliava a quella dei primi uomini dell'età dell'oro: vivevano sani, senza nessuna malattia, la terra dava spontaneamente i frutti senza necessità di essere coltivata, essi, in breve, erano virtuosi e felici.

Un frammento di una commedia greca (430 a.C.) di Teleclide anticipa i motivi che ritroviamo più tardi nelle descrizioni medioevali del Paese di Cuccagna o di Bengodi:

«Ogni torrente spumeggiava di vino, e il pane e i panini facevano a gara davanti alle bocche degli uomini, supplicando di volerli mangiare... I pesci entravano nelle case e da sé si arrostivano, sdraiandosi a tavola. Un fiume di grasso brodo scorreva, e faceva rotolare pezzi di manzo bolliti »

Platone nel Politico compendia il mito in due cicli che eternamente si avvicendano: uno ascendente governato da una forza divina, uno discendente abbandonato a se stesso. L'età dell'oro corrisponde al ciclo ascendente, guidato da Dio e da divinità minori che, come pastori, si prendevano cura degli uomini divisi in varie greggi:

«Esseri soprannaturali, di natura divina, s'erano divisi a guisa di pastori le creature viventi, distribuite in gruppi secondo la specie. Non c'erano animali selvatici, le creature non si divoravano l'una con l'altra, la guerra non c'era... non c'erano ordinamenti politici; nessuno possedeva donne e figli ... godevano in abbondanza di frutta, dono di grandi alberi e vegetazione lussureggiante ... non praticavano agricoltura; da sola, spontaneamente, la terra produceva ogni frutto; non conoscevano vesti, non uso di giacigli; sotto la guida del pastore vivevano all'aria aperta in una temperata armonia di stagioni » (271b-d)

Platone delinea un'età dell'oro in chiave pastorale, organizzata in forma di "comunismo" utopico, nella quale gli uomini vivono concordi, senza bisogno di lavorare, in piena armonia con gli dei e l'ambiente naturale. Il benessere materiale favorisce, in questo paradiso terrestre, la possibilità di conversare e filosofare: « Gli alunni di Crono avevano possibilità, liberi da ogni occupazione, d'intrattenersi... per dedicarsi all'amore di sapienza » (272 b).

Negli autori latini, l'espressione età dell'oro designa un'epoca remota precedente a quella in cui vivevano e caratterizzata dall'assenza di violenza e di guerra, e persino di fatica e di lavoro: infatti, poiché la natura elargiva spontaneamente i propri doni a tutti, permettendo a ognuno di vivere nell'abbondanza, non c'era bisogno di arare i campi o di seminare.

Gli dèi, allora, vivevano fra gli esseri umani; questi ultimi, tuttavia, cominciarono a praticare la guerra e la violenza. Così, mentre da un lato il mondo si trasformava – secondo gli antichi - in un luogo dominato dall'odio e dalla sete di ricchezza, le divinità si allontanarono a una a una dal mondo umano.

La concezione di una felicità primitiva, simboleggiata non più da una razza d'oro ma da un'età d'oro (aurea aetas) dell'umanità, è espressa nelle Metamorfosi di Ovidio, i tratti descrittivi dello sfondo naturale sono quelli del paradiso terrestre:

«Era primavera eterna: con soffi tiepidi gli Zefiri/ accarezzavano tranquilli i fiori nati senza seme,/ e subito la terra non arata produceva frutti,/ i campi inesausti biondeggiavano di spighe mature;/ e fiumi di latte, fiumi di nettare scorrevano,/ mentre dai lecci verdi stillava il miele dorato »

Seneca ci offre la versione stoica della leggenda, la felicità del secolo aureo è dovuta al "comunismo", all'assenza di avarizia, al rapporto armonico con la natura:

«Gli uomini godevano in comune i prodotti della natura... e perfettamente tranquillo era il possesso delle comuni ricchezze... Gioivano guardando le costellazioni... quale intimo godimento doveva essere quel libero vagare fra tante meraviglie sparse nell'ampio universo! »

Il mito di un'età aurea fa la sua comparsa, in forme diverse, anche a livello popolare nell'immagine del Paese di Cuccagna o Bengodi con la differenza che non è un'utopia storica, proiettata in un passato perduto e irrecuperabile, ma è un'utopia geografica spogliata di ogni riferimento classicheggiate e ridotta al suo nocciolo essenziale: a fronte di una realtà di sofferenza e di miseria, si immaginava un mondo del tutto diverso e opposto, i cui tratti fondamentali sono l'abbondanza, la libertà e l'assenza di fatica.

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Pieter Buegel il Vecchio, Il Paese di Cuccagna

In una realtà in cui le cattive condizioni climatiche, il susseguirsi di epidemie e le frequenti carestie causarono un aumento della mortalità, nella fantasia popolare si diffonde la credenza nel Paese di Cuccagna, un luogo mitico in cui l'abbondanza e la prosperità regnano sovrane, il cibo non manca mai e ci si può riposare.

La religione ha incanalato tale mito atavico, che pre-esisteva al fenomeno religioso, nelle illusioni collettive, di paradisi dell'al di qua e dell'al di là. La stessa immagine del Giardino dell'Eden, nell'antico testamento e prima ancora nella mitologia sumera, richiama a quella della mitica Età dell'Oro. Infatti confluiscono in questo mito – e nella sua versione plebea, quella del Paese di Cuccagna – anche le rappresentazioni ebraiche, cristiane e islamiche del paradiso. Il mito del paradiso terrestre in cui si godeva di un'abbondanza senza limiti e non si conosceva la morte né la sofferenza la troviamo nei primi capitoli della Bibbia, in cui come noto, viene descritta la creazione del mondo. Adamo ed Eva, progenitori di tutta l'umanità, vengono collocati in un giardino chiamato Eden, ove potrebbero vivere perfettamente felici, senza sperimentare la morte. Questa condizione paradisiaca, cioè perfetta, muta completamente allorché Adamo ed Eva disobbediscono al comando di Dio.

C'è l'idea neotestamentaria, e virgiliana, del lavoro come punizione del peccato originale: («Col sudore della tua fronte mangerai il pane», Genesi 3). Una terra che offre i suoi frutti spontaneamente è la meta degli ebrei nel viaggio attraverso il deserto: («un paese dove scorre latte e miele», Esodo 3, 8 ) e dove « se uno toccherà un grappolo, un altro grappolo esclamerà: "Io sono migliore, prendi me"».

Negli apocrifi del Nuovo Testamento ritroviamo i tratti dell'età dell'oro ovidiana: «comuni per tutti è la terra che, non più da muri divisa e da siepi, ancor di più è fertile. Sorgenti di dolce vino ripiene, di candido latte e di miele essa largisce». Nella tradizione islamica il paradiso è un meraviglioso giardino, sede dei giusti dopo la morte. Questi vivranno senza lavoro in un clima perfetto («adagiati su alti giacigli, non vedranno sole e non vedranno gelo», Corano 76, 12-21), saranno nutriti con cibi squisiti («qualcuno passerà attorno con vasi d'argento... saranno abbeverati da una coppa il cui licore è miscela di zenzero»), indosseranno «vesti verdi di seta e fine broccato», godranno della compagnia di «fanciulle dallo sguardo modesto, mai prima toccate da altri uomini».

La rassegna della mitologia e della letteratura sembra condurre alla conclusione che il sogno utopico dell'abbondanza è presumibilmente antico quanto il genere umano, e comprova che il desiderio di abbondanza (con tutte le sue derivazioni immaginate quali eterna giovinezza, assenza di classi sociali e ingiustizie, abolizione della sofferenza e della fatica) ha animato la visione di un mondo, per quanto illusorio in quanto impossibile allora da realizzare o sperimentare, in cui si potesse godere di un'autentica libertà e di un'autentica gioia. Il nucleo attrattivo di tale mito rivive oggi nella previsione di una singolarità tecnologica che inaugurerà un'età di abbondanza per l'umanità, stavolta non più nostalgico tempo o luogo immaginario e non più una proiezione subconscia della psiche umana, ma una realizzazione pratica e una conseguenza reale dell'esplosione di Intelligenza e dell'avanzamento esponenziale della Tecnologia.


Sul tema dell'abbondanza si consiglia il video: Peter Diamandis: L'abbondanza
è il nostro futuro (TEDTalk, con sottotitoli in italiano)

 

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