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Le sirene cosmiche, di Giuseppe O. Longo
Visioni del futuro - Varie

Sirene_cosmiche


Eppure, di quando in quando, qualcuno,

dentro il suo minuscolo universo che rotea negli spazi

dell'altro più grande e vero Universo,

tende l'orecchio e crede di udire il canto delle Sirene cosmiche.

E' un canto melodioso e struggente, di cui ci si può innamorare,

ma che prelude al naufragio del mondo.

Uscendo dalla conferenza, Martin provava un vago senso di malessere. Camminando in mezzo ai cumuli di neve sporca rifletteva alle parole dell'astrofisico italiano: il nostro universo non è l'unico, ma è uno fra i tanti che si sono formati in seguito alla deflagrazione primordiale. Universi-bolla, li aveva chiamati Bertocchi: separati tra loro, alcuni ricchi e sviluppati, capaci di ospitare forme di vita intelligente, altri rudimentali, quasi abortiti, talmente poveri da rischiare di continuo il riassorbimento nel nulla.

Alla fine dell'esposizione, Martin si era alzato e aveva chiesto se ci fossero prove di questo pullulare di mondi o se fosse solo un'ipotesi. Bertocchi era stato evasivo, e aveva accennato a certe strane strutture, i Ponti di Einstein:

"Vede, la relatività generale prevede che se due masse molto grandi, per esempio due universi, si avvicinano abbastanza, tra esse può avvenire un collasso gravitazionale e si forma una specie di braccio, o tentacolo, che le unisce: questo è un ponte di Einstein, un vero e proprio passaggio da un universo all'altro".

Poi, in un farfugliamento indistinto, reso ancora più sibillino dal forte accento italiano, aveva aggiunto qualcosa che a Martin era sfuggito. Aveva creduto di afferrare solo alcune parole: Harappa, Moenjo Daro, labirinto, il canto delle Sirene, i Maya, profezia...

Quell'uomo sarà anche un genio, pensò dirigendosi verso la macchina, ma certo è un po' fuori di testa.

Giunto a casa si scaldò una minestra in scatola, mangiò in piedi vicino al calorifero tiepido, ogni tanto gettando occhiate fuori della finestra. La stradina dove abitava era piena di neve e in alto incombeva un cielo greve, rossastro da far paura. Era strano, per Londra, che fosse caduta tanta neve in ottobre. Da tempo era inutile cercare con gli occhi la luna o le stelle, era tanto se di giorno il sole riusciva a vincere la caligine. Martin ebbe un pensiero fugace per Linda, che due anni prima l'aveva abbandonato e se n'era andata con un rappresentante di automobili.

"Lui non passa tutto il tempo davanti al computer", gli aveva detto, "e ogni tanto mi porta a fare un viaggio".

Martin aveva sofferto per qualche mese, poi l'aveva dimenticata e si era adattato a vivere da solo, a livello minimo. Aveva chiesto un anno di congedo dall'università e aveva continuato a lavorare al computer giorno e notte, con poche pause: ogni tanto si buttava sulla branda per dormire qualche ora di un sonno nero e oleoso. Cercava di mantenere più o meno regolari le ore dei pasti. Non aveva cercato altre donne, soltanto qualche amore mercenario, che non l'impegnasse: aveva patito troppo e, a quarant'anni suonati, non aveva nessuna voglia di ricominciare.

Finì di mangiare, scese nello scantinato e sedette all'immenso tavolo da lavoro, su cui troneggiavano una dozzina di computer. In ciascuno di essi, mediante raffinati algoritmi evolutivi, aveva creato un universo virtuale. Dopo qualche esitazione, scelse una delle macchine, la n. 7, premette alcuni tasti e con un ronzio il computer si mise in azione. Dopo aver osservato per un po' il mondo che aveva costruito e popolato di avatar, zoomò sulla Londra virtuale, si spostò sull'East End e si mise a seguire una riunione che alcuni personoidi avevano organizzato in una tetra fonderia abbandonata. Quegli esseri virtuali manifestavano un'inquietante propensione all'indipendenza: facevano quello che volevano, sia pure nei limiti delle specifiche ricevute da Martin. Lo colpì l'atmosfera tesa che sembrava permeare l'adunanza. Tra i personoidi ve n'era uno che pareva aver grande ascendente sugli altri: era al centro del gruppo, in piedi su uno sgabello, e stava arringando il suo pubblico. Martin alzò il volume.

"Quindi, come ho cercato di dimostrarvi, questo non è l'unico mondo. Ve ne sono altri, che sono nati insieme con questo. Alcuni sono talmente raffinati e complessi che possono ospitare la vita intelligente, altri sono modesti e umili, e magari rischiano di svanire nel non-essere".

Martin rimase scosso: erano più o meno le parole che aveva usato due ore prima Bertocchi alla Società Britannica per il Progresso della Scienza. Nel predicatore virtuale riconobbe il filosofo ilozoista Anassimene I, che era venuto in essere da una settimana. Pareva che, se un mondo superava una certa soglia di complessità, le linee evolutive del pensiero manifestassero una certa convergenza: il mondo vero e il mondo virtuale dei personoidi si sviluppavano in modo parallelo, anche sotto il profilo delle idee. Non era certo la prima vola che Martin se ne rendeva conto, ma questa volta la coincidenza era davvero forte. Anassimene I continuava:

"E, fuori del nostro mondo, dev'esserci un'Entità suprema, che ci ha creato e che ci osserva e che provvede ai nostri bisogni e che amministra la vita e la morte di ciascuno di noi".

Martin pensò che dalla sera prima i suoi avatar avevano fatto progressi enormi: ora non parlavano più di evoluzione elementare, a livello di amminoacidi e di proteine, parlavano di teologia ed elaboravano teorie cosmologiche di enorme portata... Questa loro emancipazione lo inquietava un po'. Si aspettava che da un momento all'altro dal computer n.7 spuntasse un'estroflessione, una sorta di flaccida mucillagine tentacolare, un ectoplasma fantasmatico che a tentoni si dirigesse verso un altro computer e penetrasse nel suo mondo per esplorarlo, o per riversarvi chissà cosa... Un Ponte di Einstein tra computer.

Decise di fare un'incursione a largo raggio nella geografia degli avatar. Mise a fuoco la penisola di Kola e restò di sasso: tutta la costa orientale manifestava un degrado incredibile. Le montagne più alte erano franate, i loro fianchi erano solcati da smottamenti impressionanti, centinaia di alberi abbattuti levavano verso il cielo le radici contorte, il mare era trascorso da ondate gigantesche. Poi avvenne qualcosa di spaventoso: gli scogli, le colline, i dirupi e tutto il litorale cominciarono a polverizzarsi in uno sfarfallio di pixel, come se l'algoritmo non riuscisse più a reggere il carico computazionale. Martin non poteva intervenire: il programma, una volta avviato, non permetteva interferenze. Non gli restò che contemplare con raccapriccio quel mondo variopinto e complicato scomparire a poco a poco, esalando un sospiro di tristezza, con tutti i suoi personoidi, che si agitavano brevemente prima di dissolversi. Nel tempo accelerato della simulazione, la cosa fu piuttosto breve. Dopo mezz'ora di agonia, lo schermo rimase vuoto e inanimato, percorso da un baluginio grigiazzurro, come una nevicata su un paesaggio desolato. La penisola di Kola virtuale non esisteva più.

Ebbe la tentazione di esaminare altre parti di quel mondo, per vedere se fossero in atto altri disastri, ma non ne ebbe il coraggio. In preda a oscuri presentimenti, si buttò sul lettino, ma non riuscì a prendere sonno fino alle prime luci dell'alba. Sognò una distesa di computer che si perdeva all'orizzonte, sotto un cielo chiuso, petrigno. Da ogni computer usciva una sorta di propaggine violacea e butterata che brancolava lenta per l'aria, alla ricerca di qualcosa. Di quando in quando, uno di quei bracci urtava contro un computer vicino e vi aderiva come una ventosa. Gli schermi erano tutti neri, ma nel sogno Martin sapeva che celavano universi.

Ogni due o tre settimane, Martin s'incontrava con Johann. Non erano propriamente amici, ma avevano una rarefatta frequentazione da uomini soli. Andavano a giocare a scacchi in un circolo privato e poi mangiavano qualcosa in un pub del quartiere. Più che altro dividevano silenzi granitici. Quella sera Johann vinse tutte e tre le partite, Martin era troppo distratto dal pensiero dalla scomparsa di Kola e soprattutto da ciò che aveva visto nel pomeriggio: le ultime convulsioni dell'universo n. 7 prima del suo collasso finale. Dov'erano finiti i suoi raffinati personoidi? Dov'erano spariti i continenti, gli oceani, gli ammassi stellari, le galassie? Era stato tutto inghiottito da un gigantesco buco nero virtuale che il programma aveva generato nella sua folle evoluzione incontrollata...

"Scacco al re", disse Johann. "Anzi, scatto matto".

"Hai vinto, basta così per questa sera. Non sono in vena".

"D'accordo. Andiamo a mangiare?"

Nel pub, rumoroso e affollato, un vociare confuso, un tepore grasso, un sentore di cibi saporiti, di spezie, di birra forte, di segatura sul pavimento di legno bisunto. I tavoli erano quasi tutti occupati, ma trovarono posto in un angolo, proprio sotto il televisore. Trasmettevano una partita di calcio che sembrava appassionare molti degli avventori. Favorito dal frastuono che impediva anche un minimo di conversazione, Martin continuava a pensare alla catastrofe del mondo n. 7. E poi gli venne in mente il sogno, con tutti quegli ectoplasmi che brancicavano, ciechi tentacoli in cerca di altri mondi. A poco a poco il frastuono, il caldo graveolente, la birra gli procurarono una sonnolenza stuporosa ma gradevole. Vedeva e sentiva tutto da una lontananza sfilacciata.

A tratti Johann guardava il televisore, che aveva di fronte. Masticava lentamente il suo pasticcio di fegato e ogni tanto beveva un sorso di birra. Di colpo restò con la forchetta a mezz'aria, fissando lo schermo con gli occhi sbarrati. Nella sala si fece un silenzio rotto solo dalle voci e dalle risate di coloro che non si erano ancora accorti che le immagini della partita erano state sostituite da quelle di un telegiornale straordinario. Tutti fissavano il televisore. Martin ci mise un po' a rendersi conto di ciò che stava accadendo. Si girò lentamente e mise a fuoco lo schermo.

"... sì... la penisola di Malacca si sta disintegrando... sono su un elicottero dell'esercito malese, stiamo sorvolando la zona a nord di Kota Baharu... è come se un'immensa ondata avesse asportato chilometri e chilometri di costa... villaggi, città, montagne... stanno scomparendo..."

Martin provò una stretta alla bocca dello stomaco e le fauci gli s'inaridirono. Un conato di vomito stava per assalirlo. Si alzò in piedi e barcollando si avviò all'uscita. Nessuno gli badò, erano tutti inchiodati alle immagini. Sulla soglia si volse a guardare ancora il televisore: si vedeva uno sfarfallio multicolore in cui si dissolvevano le foreste, le rocce, il mare. Case, colline, alberi, navi erano presi in un lento vortice nelle cui spire tutto si frantumava e al centro del gorgo i brandelli sembravano svanire, come passando in un'altra dimensione. L'inviato continuava a urlare il suo commento sovrastato dal frastuono dell'elicottero:

"... la cosa più terribile... le persone... dissolversi come nebbia al sole..."

Martin chiuse la porta dietro di sé e si ritrovò nella sera di ottobre. Il freddo lo fece riavere. Si guardò intorno rabbrividendo: due file di macchine posteggiate lungo i marciapiedi, al centro una lunga teoria di lampioni giallastri che dondolavano nel debole vento ghiaccio, case e alberelli scheletrici. Era tutto così ordinario, così normale, così domestico... Solo quel freddo era... era innaturale. Le notizie del disastro in Malacca gli parevano fuori di ogni realtà.

A casa controllò ancora il mondo n.7: lo schermo era completamente nero. Quell'universo era morto.

Sedette davanti al computer di servizio, cercò in Internet "Universi-bolla". Scartò le notizie troppo generiche o troppo tecniche e finalmente trovò ciò che voleva.

21 agosto 2012

Le collisioni tra il nostro cosmo e altri universi potrebbero aver lasciato delle 'contusioni' circolari nella mappa della radiazione cosmica primitiva.

Nei primi istanti dopo il Big Bang l'universo si è espanso a grande velocità. Secondo alcuni astronomi, questo fenomeno, detto inflazione, è ancora in atto: in alcune regioni perdura, mentre in altre è cessato. In questa situazione di inflazione permanente sbocciano di continuo universi nuovi, simili a bolle in un vasto mare di spazio-tempo in espansione, che rappresenta il Grande Universo, il contenitore di tutti gli altri. Questi universi minori dovrebbero allontanarsi l'uno dall'altro via via che si formano, ma due universi che nascano vicini tra loro, se si espandono a velocità maggiore dello spazio che li separa, possono urtarsi. Abbiamo ragione di ritenere che nella nostra regione l'inflazione sia ancora in atto, e sia vigorosa. Se il nostro universo fosse colpito da un altro universo-bolla, la collisione scatenerebbe una quantità smisurata di energia e, se ciò accadesse prima che l'inflazione si esaurisse, l'urto lascerebbe un'impronta che sarebbe ancora rilevabile. Una collisione modificherebbe la durata dell'inflazione nella zona dell'urto. Se l'espansione durasse più di quanto non avrebbe fatto in assenza dello scontro, la densità della materia sarebbe minore che nella ragione circostante, e ne risulterebbe un chiazza fredda nella radiazione di fondo. Una durata minore dell'inflazione creerebbe una chiazza calda.

Ebbene, qualche giorno fa l'astronomo Stephen Farrell dell'University College di Londra ha affermato di avere scoperto impronte o chiazze del genere nell'emissione a microonde di fondo, quel lucore che pervade tutto il cielo e che proviene dai fotoni emessi quando l'universo non aveva ancora mezzo milione di anni. Precisamente, Farrell e i suoi colleghi sostengono di avere individuato quattro chiazze circolari di questo tipo, ciascuna delle quali ricopre una porzione di cielo del diametro otto volte quello della luna piena. Una di esse è una chiazza fredda, che sembra indicare la presenza di un altro universo che interagisce con il nostro.

Martin si collegò con un altro sito, e lesse:

In settembre i radioastronomi del Caltech, in California, hanno confermato la scoperta di Farrell. Nell'universo esiste una voragine enorme, del diametro di quasi un miliardo di anni-luce. La voragine, situata nella costellazione di Eridanus, ha una densità di stelle, gas e galassie molto inferiore alla media. E' assai più grande di quanto si potesse immaginare e supera le conoscenze cosmologiche attuali. Che cosa può esservi all'origine di questa gigantesca cavità? Il noto cosmologo Giovanni Bertocchi ha avanzato una spiegazione sconvolgente: "E' il segno inequivocabile di un altro universo, che si trova oltre i confini del nostro."

E' una dichiarazione sconcertante: se Bertocchi avesse ragione, questo baratro colossale sarebbe la prima prova sperimentale dell'esistenza di un altro universo. Sarebbero confermate quelle teorie che contemplano l'esistenza di un gran numero di mondi, ciascuno dotato di proprietà diverse.

Martin si appoggiò allo schienale della poltroncina. Intorno a lui baluginavano gli schermi dei suoi dodici computer sperimentali, dove crescevano e si evolvevano i mondi virtuali che aveva creato. Tranne uno, che era scomparso, inghiottito da un abisso che si era sviluppato al suo interno come un cancro. Ma lassù, oltre i vetri della finestra, oltre i palazzi, oltre le basse colline, oltre quel cielo autunnale gravido di neve e di pioggia, lassù altri mondi, altri inconoscibili universi roteavano nel seno di quell'altro più grande e vero universo, che tutti li conteneva dall'origine dei tempi.

Telefonò a Stephen Farrell. Sulle prime l'astronomo si mostrò diffidente, ma poi, saputo che Martin era un collega, lo ricevette. Giunto all'University College, Martin dovette farsi strada tra un nugolo di cronisti agitatissimi, che assediavano vociando l'ufficio del rettore per avere notizie su ciò che stava accadendo. Altre parti del globo si erano sfaldate, sembrava proprio che la Terra si stesse disgregando, e nessuno riusciva a darne una spiegazione plausibile. Gli scienziati rilasciavano dichiarazioni reticenti, che aumentavano la confusione, gli organi di stampa e la televisione ci sguazzavano, sorgevano sette e movimenti pseudoreligiosi, gli Avventisti dell'Ultimo Giorno, i Neocatecumenali della Terra d'Oriente, i Mormoni scismatici, i Quaccheri del rinnovamento... Si formavano conventicole in seno alle quali un pope minaccioso leggeva l'Apocalisse in greco antico, lingua che nessuno capiva. La gente era in preda al panico, anche perché non c'era un nemico definito contro cui scagliarsi: si trattava di qualcosa di oscuro, celato nelle pieghe di un cosmo ostile, lontano e insieme vicinissimo, annidato nello spazio-tempo di Minkowski, dov'era impossibile scovarlo. Poi avevano preso a circolare voci su una vecchia profezia Maya che dava per prossima la fine del mondo. Sulle prime Martin aveva scosso la testa, poi si era ricordato delle parole borbottate da Bertocchi un mese prima, e aveva smesso di ridere.

Farrell lo fece accomodare in uno studiolo ingombro di libri, fasci di riviste, computer e riproduzioni in scala di antichi astrolabi e telescopi. L'astrofisico era alto e allampanato, con una massa di capelli grigi che gli oscillavano intorno al capo come un'aureola. Aveva l'aria ispirata di un profeta e ogni tanto congiungeva le mani in un gesto ieratico mentre il suo sguardo si assentava. A Martin fece l'impressione di un genio folle e svagato, capace tuttavia di intuizioni fulminee. Ma queste erano solo sensazioni.

"Professor Farrell..."

"Stephen..."

"Ecco... Stephen... al telefono ti ho accennato il motivo della mia visita. Che cosa sta accadendo?"

"Non lo so. Non lo sa nessuno. Forse siamo davvero in presenza di una collisione tra due universi."

Martin rimase in silenzio per un tempo, poi chiese:

"Ma l'impronta di Eridanus... non significa che l'impatto è già avvenuto... milioni o miliardi di anni fa?"

"Secondo i miei calcoli, sì... ma nessuno può essere certo che un evento del genere non avvenga di nuovo. Una collisione con lo stesso universo o con un altro, ancora più corposo, che potrebbe distruggere completamente il nostro".

Stephen congiunse le punte delle dita come in preghiera e socchiuse gi occhi.

"Sai, Martin, negli ultimi tempi ho molto riflettuto su questi fenomeni. Voglio dire, non ho fatto soltanto calcoli, non ho sviluppato solo teorie... Ho cercato di estrarne il succo... metafisico. So che è una parola che gli astronomi hanno abolito dal loro vocabolario, una parola che desta irrisione e compatimento. La metafisica è morta, uccisa dalla scienza positiva dei nostri tempi. Eppure... C'è in noi un lato tenebroso, inspiegabile, sul quale la scienza non è capace di gettare la luce delle sue spiegazioni. E' il vestibolo oscuro dei miti e della poesia..."

Farrell si alzò in tutta la sua secca lunghezza e prese alcuni fogli da uno scaffale.

"Ascolta, Martin. Poi ti prego di dimenticare quello che hai ascoltato."

Un prigioniero si aggira nel labirinto cercando di trovare la strada per uscirne e non si accorge che la via più breve è proprio lì, davanti a lui: è un ponte diafano e convesso, che supera d'un balzo l'abisso dello spazio-tempo e porta in una plaga dell'universo che è insieme vicina e lontanissima. Il ponte oscilla lievemente a una brezza che viene dal nulla, come un arcobaleno silenzioso creato dal rifrangersi di tutte le onde luminose nel conglomerato iridescente e minutissimo di tutte le particelle. Dondola il ponte, ancorato ai suoi pilastri: come un'altalena cosmica prolunga il suo invito al prigioniero ignaro che cerca una faticosa libertà nei meandri del labirinto. Il ponte lo chiama con la sua luminescenza, con un tremolio di commozione, come di chi racconta i prodigi che fioriscono sulla soglia di quei misteriosi e agevoli meati che si chiamano Ponti di Einstein.

Una volta io ho visto uno di quei ponti, il suo inarcamento si perdeva in una lontananza fosforica. Dondolava piano nel gelido vento siderale, congiungeva due mondi separati da migliaia di anni, mi pareva di averlo appena attraversato... Poco dopo si dissolse come svanisce un canto.

Queste apparizioni fanno parte di ciò che la gente chiama miracoli, e avvengono quando, in un istante di suprema felicità, l'universo partorisce dal proprio seno gigantesco un arco multicolore, trasparente e sfrangiato, che si protende da un mondo all'altro sopra i baratri del tempo. Esistono tanti universi, ciascuno con le proprie caratteristiche, ciascuno con le proprie costanti: in alcuni c'è la vita, in altri no, in alcuni c'è l'uomo, in altri c'è solo il tirannosauro, in altri solo il basalto. Uno è il mondo dove noi abitiamo, un altro è il mondo dove Socrate è ancora vivo e Tutankamen non cessa di morire, e ce ne sono infiniti altri.

Passare dall'uno all'altro di questi mondi è difficilissimo. Solo a volte, per una di quelle coincidenze che alcuni vogliono attribuire a Dio, si apre una porta, si scorge un paesaggio vertiginoso, un cielo di diaspro solcato da grandi vascelli o da pterosauri di sogno, ghiacci e foreste, una selva di grattacieli, figurine minuscole che si affacciano con curiosità sul nostro mondo da quell'imboccatura di luce. Quali domande si fanno su di noi quegli esseri? Sognano anch'essi di fuggire nel nostro universo, come noi nel loro, per scampare alle miserie quotidiane? Basta essere infelici perché si apra davanti a noi una di quelle porte fatali?

Il ponte dondolava e pulsava in quel nero spazio tra gli universi: ne piovevano brandelli di luce qui sulle colline, una bianca luce bagnata che a lungo restava sui tetti, sugli alberi, morendo pian piano. Poi il ponte si attenuò, attraverso la sua evanescenza trapunsero i lampioni, le stelle. Moriva a poco a poco e con lui moriva quel mondo lenticolare e concentrato che mi si era mostrato per un po', moriva la mia speranza di lasciare questo tormento per raggiungere un universo più clemente e benigno, tra esseri meno feroci.

La ferocia degli uomini... Il male è dappertutto, in questo mondo, la materia stessa ne è intrisa, il male è una costante universale, è una componente funesta del principio antropico al pari della carica elementare e della velocità della luce. Si procede per oceani di male cercando qualche isola di bene, qualche piccola isola che non è neppure segnata sulle carte etiche e, avvistando per caso una di quelle minuscole terre, la si scambia per un continente e si parla della bontà e della generosità e dell'altruismo degli esseri umani. Ma è solo un'illusione. Tu sogni di viaggi per l'universo, cerchi quei ponti, ma tutto l'universo è violento. Non sperare di trovare altrove la pace che non trovi qui. Dappertutto ardono le fornaci del caos. L'entropia cresce ovunque. Bisogna uscire dall'universo. Una volta per tutte.

Anche la mia piccola isola di bene si è da tempo inabissata sotto le onde sferzanti di quell'oceano di male che si erge davanti a noi come una parete inaccessibile. Forse bisogna fuggire in un altro mondo, un mondo di bontà, o almeno neutro, non infestato da questa pianta maligna e vigorosa, un mondo dai tramonti meno infocati, dai colori meno accesi, un mondo di esangue serenità, simile forse alla morte, ma rassicurante. Bisogna intraprendere il viaggio. Forse un giorno troverò uno di quei ponti e uscirò dal labirinto, e anche se il mondo all'altro capo fosse malvagio quanto il nostro, potrei almeno ricominciare daccapo: mi sarebbe data un'altra possibilità. O un altro labirinto.

Quante sono le lune che hanno accompagnato la nostra terra per poi cadervi sopra, attratte dalla rassegnazione gravitazionale che permea lo spazio? I conquistatori hanno il volto indistinto, portano strette maschere di lantanio, la loro voce è un sussurro. Sono possibili molti prologhi e moltissimi epiloghi, ma in realtà bastano sempre due alternative. Accettiamo la sfida con un piccolo sorriso, e sappiamo che da un'attesa infinita può nascere tutto. L'eternità. L'eternità con i suoi monti, le valli scavate, le ombre gigantesche...

L'astronomo tacque. Martin aveva ascoltato con turbamento crescente. Si era ricordato che tra le parole che Bertocchi aveva pronunciato in risposta alla sua domanda vi era labirinto. Ma ce n'erano altre, più misteriose. Chiese:

"Che significa Harappa? E Moenjo Daro?"

Stephen lo fissò come smarrito.

"Harappa e Moenjo Daro sono antiche città indiane, dove si sviluppò una grande civiltà, di cui si è saputo solo di recente. Pare che quei popoli avessero formulato teorie astronomiche di grande profondità e che... è assurdo, lo so... che avessero previsto l'esistenza di più universi e... anche dei Ponti di Einstein..."

"E i Maya?"

"Sui Maya ne sappiamo di più. C'è la loro profezia. Il 21 dicembre di quest'anno, tra poche settimane..."

"Sì, lo so", rispose Martin.

Ma gli premeva fare a Stephen un'altra domanda. Gli raccontò dei suoi universi virtuali e della disgregazione del n. 7. Poteva essere dovuta a una collisione con un altro universo virtuale? Ma come poteva avvenire una collisione tra due universi che non potevano in alcun modo comunicare?

"Sì che possono", rispose Farrell. "I tuoi computer sono tutti collegati a Internet, perché è dalla griglia di tutte le macchine piccole e grandi del mondo che ricavano la potenza di calcolo necessaria alla computazione del loro stato e della loro evoluzione. Non è così?".

Era ovvio, e Martin non ci aveva pensato. I suoi dodici computer erano come alberi di una foresta, in apparenza separati, in realtà legati dal contatto sotterraneo delle radici: comunicavano per questa via occulta, interagendo, collaborando e magari lottando l'uno contro l'altro.

Lo studiolo si andava oscurando per il crepuscolo imminente. Farrell sembrava essersi assopito sulla sua poltroncina, ma Martin aveva un'altra domanda:

"Bertocchi ha anche parlato del canto delle Sirene..."

Farrell si riscosse e lo guardò con occhi folli.

"Le Sirene", disse, "le Sirene cosmiche... Ha detto che le ha sentite?"

"Non lo so", rispose Martin, "non ne ho idea... Mi pare di no..."

"Lo spero proprio", disse Farrell, "perché quando le Sirene cosmiche cantano, il tempo finisce".

Tornato a casa, mangiò qualcosa in piedi, nel freddo della cucina, poi scese nella stanza da lavoro, diede un'occhiata alle sue simulazioni, verificò che il computer n. 7 fosse sempre morto, e notò che nel n.1 si era aperta, in corrispondenza di una lontana costellazione, una falla enorme... Allora, per distrarsi, accese il televisore e cercò il programma dedicato al teatro. Gli piaceva, il teatro, gli sembrava che le simulazioni informatiche di cui si occupava fossero il prolungamento tecnologico di altre simulazioni, che gli uomini da tempo immemorabile allestivano sulla scena. Simulazioni che erano più vere della vita vera, come le sue simulazioni erano forse più vere dell'universo vero... Ma che cosa voleva dire "vero", qual era l'universo vero? E se anche l'universo che lui e i fisici credevano vero fosse stato una grande simulazione condotta da qualcuno su un computer di dimensioni cosmiche? Ma che andava a pensare... Ormai era smarrito in un turbine di sentimenti e di idee che si accavallavano e si sfrangiavano, divorandosi a vicenda... In realtà aveva paura.

Si concentrò sullo spettacolo. Scorrevano i titoli di testa. I Ponti di Einstein. Pensò: Non è possibile, queste coincidenze non possono accadere. La teoria di Pauli e Jung, la sincronicità, per cui si presentano fatalità improbabili, inspiegabili, inverosimili. A questa storia non aveva mai creduto davvero. Ma stavolta... Era perseguitato dai Ponti di Einstein: ne aveva parlato Bertocchi, ne aveva letto su Internet, li aveva sognati, Farrell gli aveva letto una sua strampalata divagazione metafisica e poetica basata su quei ponti ossessivi, quei tentacoli gravitazionali che un universo sporgeva verso un altro per tentare un contatto, magari una fusione... e ora quello spettacolo... Ma non era uno spettacolo: era un'intervista con un astronomo che era stato famoso, un certo Templeton. Dalle domande che il giornalista gli rivolgeva trasparivano insieme irrisione e scetticismo. Lo scienziato era vecchio, quasi decrepito, aveva la faccia rugosa come una prugna secca e una vocina esile: rispondeva in modo pacato ma inconcludente, si capiva benissimo che non aveva nessuna spiegazione per ciò che stava accadendo sulla Terra, tornava a parlare di ponti e di universi-bolla. Il giornalista, approfittando dell'età e della mitezza del vecchio, lo incalzava senza riguardo, con la grossolanità tipica dell'ignoranza che vuol tutto ridurre alla banalità di un sì o di un no. Templeton continuava:

" ... le leggi della fisica non sono uguali in tutti i punti dell'universo, per esempio la costante alfa non è affatto costante, varia sia pure di poco da un capo all'altro dell'universo, o meglio del nostro universo..."

"Ah", sorrideva il giornalista sarcastico, "le costanti non sono costanti!"

"... e poi", continuava lo scienziato imperturbabile, "in qualche regione si possono presentare delle inversioni temporali... eventi che sono accaduti in passato possono accadere di nuovo..."

"Ah, anche questa è buona!", commentava ridendo l'intervistatore. "Come nei romanzetti di fantascienza!"

Infastidito, Martin spense il televisore. Sembrava che tutto congiurasse per impedirgli di ritrovare il suo equilibrio, tutto lo riportava al problema degli universi- bolla che si moltiplicano e che a volte si cercano, come se aspirassero a un contatto, a un'unione gravida di conseguenze mortali... E quelle inversioni temporali... Che cosa aveva detto Farrell? Nessuno può essere certo che la collisione avvenuta in un passato lontanissimo non avvenga di nuovo... forse perché il tempo in quella zona si era messo a scorrere all'indietro...

Vennero giorni più luminosi, novembre moriva in un biondo suo colore. I tramonti erano limpidi, ma vi era nel cielo una tensione enorme, come se quella superficie di cobalto dovesse squarciarsi da un istante all'altro, arrotolarsi ai bordi come una pergamena in fiamme e mostrare un altro cielo, più duro e impassibile: il cielo vero, di un colore inimmaginabile, scabro e profondo, che il nostro cielo, innocuo e mansueto, aveva fin lì nascosto misericordiosamente. Anche quel limpidore cristallino era insolito per una città brumosa come Londra.

Martin, che in passato aveva trascorso tutto il suo tempo fra l'università e lo scantinato di casa sua, aveva preso l'abitudine di uscire ogni giorno, quando il pomeriggio inclinava verso il crepuscolo. Passeggiare nei parchi e lungo i viali gli dava una qualche serenità, gli placava quell'ansia che gli lievitava dentro come se la vita avesse perso ogni riferimento. Da quando aveva saputo degli universi-bolla e dell'enorme voragine nella costellazione di Eridanus, il tempo gli era diventato nemico. Viveva nell'angoscia, da un momento all'altro ciò che era accaduto miliardi di anni prima poteva accadere di nuovo, oppure, come aveva detto Templeton, il tempo si era invertito e le rotte di quei due universi troppo vicini potevano tornare ad incrociarsi e allora l'immenso braciere di una catastrofe cosmica avrebbe consumato il mondo... Il tempo, sempre il nodo del tempo... E il tempo che gli si stendeva davanti (lungo? breve? nullo?) era disperazione. Gli pareva che i mondi, i piccoli, risibili mondi da lui creati nei computer, fossero una meschina parodia di altri mondi: veri, questi, pieni di dolore e di amicizia, di amore e di malvagità, tra i quali poteva aprirsi un corridoio, oppure prodursi una collisione. Forse la collisione sarebbe stata annunciata da un contatto preliminare, da un'apparizione, forse dalla comparsa di quel cielo duro e invetriato che ogni tanto gli appariva nei sogni. Forse da quel funereo canto delle Sirene cosmiche.

Continuavano a giungere notizie di crolli, devastazioni, disastri inspiegabili. Sembrava che il mondo si sfarinasse, si sprofondasse in sé stesso attraverso una serie di cataclismi, di calamità, di contorcimenti. I tifoni e gli uragani si moltiplicavano, l' Australia era flagellata da diluvi di proporzioni bibliche. Ai primi di dicembre l'allarme si era diffuso in tutto il globo. Nessuno credeva più alle spiegazioni geologiche, gli esperti parlavano di sommovimenti dovuti allo spostamento delle placche tettoniche, alla deriva dei continenti, ma queste interpretazioni non trovavano più credito. Dopo la scomparsa delle coste della Malacca, altre terre erano state divorate dal nulla che avanzava. E la sensazione era che non si trattasse di catastrofi naturali, terremoti o inondazioni o smottamenti. Si trattava di qualcosa di più sinistro e recondito. Nel frattempo, sembrava proprio che la teoria dei molti universi avesse ricevuto conferme inoppugnabili. La cavità nella costellazione di Eridanus si era allargata a dismisura, come se davvero il tempo procedesse a ritroso e l'urto con l'altro universo fosse imminente.

Qua e là sul pianeta erano scomparse terre e città, la popolazione viveva in uno stato di allarme continuo, da un momento all'altro la sciagura poteva abbattersi ovunque. Ci furono morie di leoni e di aquile, mentre iene e avvoltoi si moltiplicavano a dismisura. Dalle fosse oceaniche uscirono creature che si credevano scomparse da milioni di anni. Qualcuno cercava d'interpretare la configurazione della grande barriera corallina in termini di profezia secondo un complicato alfabeto runico, turbe scalze e impaurite seguivano predicatori folli che invitavano al pentimento ultimo, gli scienziati si arrendevano, i politici tentavano di rassicurare i cittadini vociferando che la situazione era sotto controllo, gli organi internazionali convocavano riunioni a porte chiuse da cui trapelavano solo incertezza e impotenza. Alcuni Paesi avevano posto l'esercito in stato di allerta, ma non si sapeva contro chi o che cosa si sarebbe dovuto combattere. Esplosero le eruzioni, prima con una distribuzione casuale, poi secondo una struttura geometrica nella quale gli astrologi e i ciarlatani leggevano una conferma alle loro ipotesi catastrofiche. Da un momento all'altro sparivano tratti di costa nelle isole giapponesi, interi massicci montuosi, isole sperdute nel Pacifico meridionale. Si disintegrarono Malta, Formosa, le isole Aleutine, le Canarie, le Falkland, la Terra del Fuoco. I luoghi archeologici più importanti si dissolsero: Pompei, Machu Picchu, Petra, Leptis Magna, Cuzco, le Piramidi...

Poi, verso metà dicembre, in pochi giorni scomparve l'Africa.

Alla paura succedette la rassegnazione. Ovunque masse di penitenti si mettevano in cammino per raggiungere i luoghi santi: Gerusalemme, Santiago di Compostela, Roma, Lourdes, Fatima, la Mecca, Benares furono invase da orde coperte di stracci, che imploravano misericordia e si affidavano alle preghiere, alle invocazioni. Si moltiplicavano i voti di povertà, di castità, si offrivano in pegno figli e nipoti e mogli e madri. I postulanti sostavano imploranti attorno agli edifici santi, sotto le sacre icone, intorno ai recinti cultuali, ma ne ricevevano soltanto il silenzio.

Il 21 dicembre il cielo sopra Londra era limpido, com'era ormai da settimane. Martin si trovava a passeggiare per Hyde Park. Nell'angolo verso Marble Arch un crocchio di persone ascoltava un oratore improvvisato che in piedi su una cassa di legno urlava frasi incoerenti. Prima di allontanarsi, Martin udì le parole profezia, peccatori, Maya, fine del mondo.

Verso metà mattina il cielo cambiò lievemente colore e quella trasparenza aierina si squarciò, mostrando una cupola verdognola. L'azzurro residuo era arricciato ai bordi e lasciava scoperta la nuova convessità smeraldina. Comparve un singolare groviglio di cavi appesi a una lontananza irremeabile. Nel cielo sventrato i fili tracciavano scalfitture appena più opache. Poi, lentamente, come una stampa che si sviluppi in un bagno chimico, emerse l'imboccatura strombata di un tubo enorme, lucido e fermo. Dentro quella bocca spalancata, in una lontananza vertiginosa, pareva di scorgere un altro mondo. Nella verde convessità il tubo sembrava il passaggio per l'Aldilà. Martin rimase a contemplare quello spettacolo in preda a un languore febbricitoso che gli succhiava le forze. Ci fu un'altra ricombinazione cromatica, piani che si sfaldavano oscillando, poi si ricomponevano a fatica. Nel cielo nettuniano ricomparve, più ferma e distinta, quell'imboccatura nel cielo, lo sfavillante accesso a un luogo inconcepibile.

E' l'occhio di un altro universo che ci guarda, pensò Martin. In lui non c'era terrore, piuttosto rassegnazione, una sorta di pazienza e anche di curiosità. In fondo era uno scienziato, e osservava il fenomeno con distacco. E' così, dunque, che succede, pensò ancora. E' questa la fine del mondo... Ricordava le parole di Stephen Farrell, che gli parvero incongrue, ma anche stranamente adatte a descrivere le domande che gli si affollavano dentro:

un cielo di diaspro solcato da grandi vascelli o da pterosauri di sogno, ghiacci e foreste, una selva di grattacieli, figurine minuscole che si affacciano con curiosità sul nostro mondo da quell'imboccatura di luce. Quali domande si fanno su di noi quegli esseri? Sognano anch'essi di fuggire nel nostro universo, come noi nel loro, per scampare alle miserie quotidiane? Basta essere infelici perché si apra davanti a noi una di quelle porte fatali?

Il cielo non era di diaspro, bensì di smeraldo, e non si vedevano né i vascelli né gli pterosauri e neppure i minuscoli abitatori dell'altro universo, ma forse era ancora presto e di lì a poco si sarebbero affacciati con curiosità sul nostro mondo...

Forse invece quel ponte di Einstein, perché non aveva dubbi, si trattava di quello struggente e rarissimo fenomeno cosmico, quel ponte di cui sopra Londra si vedeva un estremo scintillante e levigato, quel ponte era il preludio della catastrofe spazio-temporale: lì si sarebbe incanalata la mostruosa energia di due universi in collisione, che avrebbe schiantato e distrutto uno dei due e forse entrambi, riducendoli a un ammasso fumigante e contorto come quelli che gli astronomi scoprono talvolta nelle plaghe più lontane dello spazio siderale, relitti di antichi disastri.

Non aveva le idee molto chiare, Martin, ma sentiva che era questione di poco: pochi giorni, forse poche ore. Si chiese come dovesse trascorrere quel tempo, ma non ebbe modo di approfondire la questione. La terra sotto i suoi piedi prese a tremitare, un polverio di minuscoli frammenti cromatici si avvolse in una spirale che si alzava verso la ciclopica imboccatura, nel cielo si aprivano immense crepe pulverulente da cui cadevano le ali del tempo. Una colonna d'acqua fetida e melmosa fu aspirata verso quella bocca spalancata: il Tamigi s'incanalava verso foci ultraterrene. Allo stesso tempo comparvero astri mai visti, la cui geometria era colma di poligoni vuoti che palpitavano come visceri moribondi.

In quel momento Martin credette di udire un canto melodioso ed estenuato, che giungeva dall'alto, uscendo dalla strombatura. E' il canto delle Sirene cosmiche, pensò, e capì che non c'era più speranza. Pensò che non era giusto, che il suo tempo non era ancora compiuto, poi ebbe un fugace pensiero per Linda, che in un lontano giorno l'aveva amato e poi l'aveva abbandonato. Tocca anche a lei, pensò, e gli parve un'altra grande ingiustizia.

L'ultima cosa che Martin vide prima di ardere come uno zolfanello nell'olocausto universale, fu una miriade di creaturine affacciate al ponte di Einstein, che fissavano il mondo sottostante in preda a un terrore folle. Agitavano le braccia, aprivano e chiudevano la bocca in afone grida, poi tutto divenne nero, e fu il nulla... più nulla... del nulla... più nul

Gorizia, 1° gennaio 2011

Tratto dall'antologia Apocalissi 2012. Ventiquattro variazioni su una possibile fine del mondo, a cura di Gianfranco de Turris. Bietti, Milano, 2012.

Immagine: Ulysses and the Sirens, John William Waterhouse, 1891

 

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