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Potenziare la natura umana. Uno sguardo sull'arcipelago postumanista, di Luca Grion
Visioni del futuro - Postumano

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Nonostante le buone ragioni che sostengono quanti cercano di riaffermare l'attualità del concetto di persona attraverso una riabilitazione dei concetti di sostanza e di essenza, bisogna riconoscere che il panorama filosofico contemporaneo tende, in buona parte, a privilegiare il progetto di naturalizzazione della condizione umana e a condividere l'idea che la persona (intesa riduttivisticamente come attività cosciente) sia causalmente riducibile ai processi cerebrali. Eppure, radicalizzando la tendenza a ridurre la vita della mente ai processi neuronali che la realizzano – soprattutto se si resta all'interno di una visione del mondo "causalmente chiuso", dove ogni evento rappresenta l'esito di una catena di cause antecedenti descrivibili, almeno in linea teorica, in termini fisico-materiali – si giunge a posizioni certamente coerenti con tali assunti, ma assai paradossali. È questo il caso, come si è visto, delle ricerche sul rapporto tra libertà del volere e i suoi correlati neuronali, i cui esiti più recenti sembrano suffragare l'idea che la vita della mente sia causalmente determinata al pari di ogni altro evento del mondo fisico. Se ciò fosse vero non vi sarebbe spazio alcuno per un agente autenticamente libero (capace cioè di iniziare ex novo una catena causale), ma solo il darsi – causalmente determinato – di speciali sensazioni quali quella di "essere un io", di "essere artefice dei propri atti" e "responsabile delle proprie azioni"; tutte sensazioni prodotte dal cervello in modo inconsapevole (ma estremamente utile da un punto di vista evoluzionistico).

Nel capitolo precedente abbiamo argomentato a favore di una diversa valutazione di simili dati sperimentali, persuasi della ragionevolezza di un approccio non riduzionista. Quello che proveremo ora a sviluppare andrà però in una direzione diversa: esploreremo infatti una variegata famiglia di autori che, pur condividendo un approccio schiettamente riduzionista e naturalista all'umano, propongono una lettura compatibilista del rapporto tra libertà umana e determinismo fisico. Ci occuperemo infatti del movimento transumanista, uno stile di pensiero in cui la conoscenza del corpo-macchina si coniuga con l'idea che la conoscenza tecno-scientifica potrà offrire gli strumenti attraverso cui realizzare compiutamente il desiderio di libertà e di autoaffermazione dell'individuo.

L'idea di conciliare la libertà umana con una visione meccanicistica e deterministica del mondo fisico di cui l'uomo è parte potrebbe, a prima vista, apparire azzardata. Ci si potrebbe chiedere, infatti, come possa darsi uno spazio di libertà all'interno di un mondo governato da un ferreo determinismo. Eppure, una lunga tradizione di pensiero ritiene che il determinismo non solo sia compatibile con la libertà dell'uomo, ma ne rappresenti perfino una condizione necessaria.

Nel suo studio dedicato proprio al tema del libero arbitrio, Mario De Caro ricorda come già Hobbes, e poi Locke e Hume, avessero difeso la compatibilità tra una libertà intesa come possibilità di agire senza impedimenti e costrizioni e un mondo fisico retto da leggi deterministiche. Se essere liberi significa poter compiere l'azione che si vuole compiere (e non compiere l'azione che non si vuole compiere), allora:

«la libertà non è affatto in contraddizione con il determinismo [...]. Secondo questa definizione, infatti, un'azione è libera in quanto è determinata dalla volontà (non impedita o costretta) dell'agente. La volontà medesima, tuttavia, è a sua volta completamente determinata da fattori come le esperienze passate dell'agente, l'istruzione che ha ricevuto, l'ambiente circostante o ancora (nelle concezioni più decisamente naturalistiche) dal suo assetto biologico oppure dall'insieme delle variabili fisiche in gioco. In questo modo non c'è nessuna rottura della catena deterministica delle cause e degli effetti: la volontà dell'agente è determinata da cause su cui egli non può agire ed essa a sua volta determina, causandole, le azioni che l'agente compie; nondimeno tali azioni – in quanto discendono dalla sua volontà non costretta né impedita – sono libere»2.

Dalla "fede compatibilista" tra una visione meccanicistica e materialistica del mondo e l'anelito di libertà nasce l'utopia postumanista, persuasa che la tecnica asservita al potenziamento umano potrà condurre l'uomo – nel volgere di pochi decenni! – verso traguardi fino a ieri (e per molti ancor oggi) ritenuti impossibili: la vittoria sulla malattia e sulla morte, l'espansione illimitata delle capacità psico-fisiche ed il conseguimento di una vita pienamente appagata e soddisfatta. Numerosi esponenti di spicco della così detta GNR revolution – la rivoluzione nata dall'incontro tra Genetica, Nanotecnologia e Robotica – sono infatti persuasi della verosimiglianza di progetti avveniristici che prefigurano l'ibridazione tra l'uomo e le macchine, il superamento dei limiti biologici del corpo e il potenziamento delle capacità cognitive degli individui ben oltre ciò che oggi si può anche solo immaginare. Vi è anzi un movimento di pensiero, ben organizzato e, soprattutto, estremamente abile a livello di "marketing culturale", che promuove e sollecita una più convinta adesione a simili immagini del futuro; un movimento che suggerisce fin dal proprio nome – transumanesimo – l'idea che l'umanità sia in transizione verso una dimensione inedita, protagonista della quale sarà l'uomo 2.0, ovvero un individuo che avrà trasceso l'attuale condizione umana per dispiegare la propria azione nel regno del post-umano.

A molti potrebbe sembrare inopportuno prendere troppo seriamente simili prospettive, ritenendo che discuterle, anche solo per criticarle, significa in fondo accreditarle come visioni del futuro quanto meno verosimili. Tale posizione veicola preoccupazioni legittime, soprattutto nella misura in cui il clamore suscitato dalla provocazione transumanista diventa motivo di attenzione non solo da parte dei grandi media, ma altresì da parte dei decisori politici. A nostro avviso, però, il fenomeno transumanista offre la possibilità di scorgere un aspetto significativo del progetto di naturalizzazione dell'umano, ovvero la possibilità che la conoscenza del mondo naturale (a cui l'uomo apparterrebbe senza riserve) apre le porte ad un dominio tecnico sul reale e ad un potenziamento delle capacità fisiche e cognitive degli individui. Se l'uomo non è altro che natura – e se la natura è, nella sua essenza, un meccanismo conoscibile empiricamente – allora nulla vieta che quel particolare dispositivo costituito dalla natura umana possa essere adeguatamente conosciuto e, una volta chiarita la meccanica del suo funzionamento, riparato in caso di guasto o di malfunzionamento e, perché no, potenziato per aumentarne le prestazioni. In questo senso, in questo accogliere e dar forma ad un atavico desiderio di emancipazione dalla fragilità della condizione umana, il postumanesimo esprime l'esito estremo del progetto naturalistico, in quanto compendia in sé il desiderio di conoscenza e la volontà di dominio. Sullo sfondo, come detto, opera una concezione tecnocratica di scienza, all'interno della quale "il sapere è potere" e dove la conoscenza scientifica vale in virtù del potere manipolativo sul mondo che riesce ad assicurare all'uomo. Di qui l'ampio spazio che abbiamo scelto di dedicare ad una sua ricognizione critica.

1. Lessico postumanista

Prima di entrare nel merito di tale dibattito risulta utile svolgere una breve premessa terminologica.

Fin dalle prime battute di questo capitolo, abbiamo parlato di transumanesimo e di postumanesimo sostanzialmente come di due sinonimi; in certa misura la cosa non rappresenta un errore, data l'intima familiarità che lega questi due lemmi. Tuttavia essi sottolineano aspetti diversi che è bene esplicitare.

Tali vocaboli – molto diffusi all'interno della riflessione sui processi d'innovazione tecnologica – stanno ormai diventando noti anche fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori e identificano quel movimento intellettuale che coniuga programmaticamente la domanda di felicità e di autorealizzazione dell'uomo ad un progresso tecno-scientifico ritenuto oramai inarrestabile. Tuttavia, l'uso che si fa di questi termini non è sempre omogeneo, e risulta pertanto utile precisare sin d'ora il modo con cui li impiegheremo nel contesto del nostro ragionamento.

Accogliendo in questo un utile suggerimento di Nick Bostrom (filosofo svedese che insegna a Oxford e lì dirige il Future of Humanity Institute), nelle pagine a seguire indicheremo con il termine postumanesimo la condizione inedita che sembra attenderci in un prossimo futuro e che vedrà affermarsi l'uomo nuovo, ovvero un tipo di umanità significativamente diversa da quella che siamo abituati a conoscere: una umanità dotata di capacità fisiche e cognitive incomparabili con quelle attuali, emancipata dagli attacchi della malattia e della morte e finalmente padrona di sé e del proprio mondo emotivo. Per quanto questo possa apparire incredibile, sempre secondo Bostrom, nel prossimo futuro

«nuovi tipi di strumenti cognitivi combineranno l'intelligenza artificiale con nuove tecnologie di interfaccia fra computer ed esseri umani. La nanotecnologia molecolare ha il potenziale di creare risorse abbondanti per tutti e di ottenere il controllo delle reazioni biochimiche che hanno luogo nel nostro corpo, permettendo di conseguenza l'eliminazione di scarsità e malattia. Grazie alla riorganizzazione dei centri neurali del piacere e/o attraverso prodotti farmacologici, potremo godere di un più vario panorama di emozioni, di sensazioni, di felicità continua e di quotidiane esperienze esilaranti»3.

Il postumano nomina dunque la meta di un processo di cui oggi scorgiamo solo i prodromi, configurandosi quindi come una visione utopica (per quanto verosimile) del prossimo futuro.

Il transumanesimo, invece, si preoccupa di riflettere sulla strada che separa l'uomo vecchio dall'uomo nuovo e si incarica di rimuovere gli ostacoli che rallentano un processo considerato ormai inarrestabile. Sempre Bostrom, ricorda a tale proposito come il termine "transumano" sia una «abbreviazione per "umano transizionale", un essere senziente descritto originariamente dal futurologo FM-2030 come un passo verso l'evoluzione di un essere post-umano». I transumani sono pertanto «coloro che attivamente si preparano a divenire postumani. Coloro che hanno raccolto le informazioni necessarie ad intravedere le possibilità radicali che si prospettano davanti a loro e che utilizzano le opzioni correntemente disponibili per il proprio auto-accrescimento»4. Da questo punto di vista il transumanesimo costituisce, secondo i suoi sostenitori, la cornice intellettuale adeguata ad un'umanità capace di prendere le redini del proprio destino e desiderosa di giocare un ruolo da protagonista nel processo evolutivo della specie umana. In quest'ottica il transumanesimo esprime pertanto l'autocompresione filosofica del transito verso la condizione post-umana e, al tempo stesso, il tentativo di favorirne l'affermazione. In una battuta, benché spesso vengano usati in modo abbastanza intercambiabile, il postumanesimo indica la meta finale, mentre il transumanesimo esprime il cammino attraverso il quale si giungerà a realizzare la condizione post-umana.

2. Emendare la natura umana

Il mito antico è ricco di episodi che narrano la lotta senza fine ingaggiata dall'uomo contro i propri limiti naturali. Si pensi, per citare l'episodio forse più noto, al mito di Prometeo e al desiderio del titano di aiutare gli uomini a far fronte alla loro costitutiva vulnerabilità. Tuttavia, vi sono confini che l'uomo ha sempre avvertito come inoltrepassabili (e il peccato di hybris di Prometeo – con la conseguente, inevitabile, punizione inflittagli dal padre degli dèi – è anche in questo caso emblematico). Confini rispetto ai quali l'uomo ha dovuto maturare un atteggiamento di rassegnata accettazione. Tra questi la fragilità del proprio corpo biologico, in primis la sua mortalità, e le manchevolezze della propria attrezzatura cognitiva. L'uomo può cercare di arginare o attenuare gli aspetti più problematici della sua natura – può lottare contro le malattie, cercare di vincere alcune battaglie contro la morte, sviluppare tecniche sempre più sofisticate per supportare e amplificare la propria intelligenza – ma non può pretendere di vincere la battaglia definitiva con quei limiti che disegnano il profilo stesso della sua natura essenziale. In qualche modo la propria condizione naturale (qui intesa come sinonimo di essenza, ovvero anche di natura fine e non solo di natura iniziale) segna i confini del fattibile e dello sperabile, salvo – ma qui si dischiude uno scenario prettamente religioso – aprirsi alla speranza che l'onnipotenza divina possa chinarsi sull'uomo per salvarlo.

Questo almeno sino ad ora. Vi è infatti chi sostiene – e si tratta di autorevoli protagonisti del mondo tecnico-scientifico – che l'uomo sia sulla soglia di una nuova fase della propria storia evolutiva; che sia ormai prossimo un cambio di paradigma rispetto al modo tradizionale con cui l'uomo ha pensato se stesso e le proprie possibilità d'azione. Uno scenario inaudito che, questo il punto essenziale, lo porterà entro breve tempo ad una condizione ultra-umana, cioè ad abbandonare la fragilità della condizione attuale per aprirsi ad un futuro nel quale un "nuovo uomo" (e, per questo, un oltre-uomo) sarà capace di riprogrammare se stesso. Emblematica, al riguardo, la Lettera a Madre Natura redatta da Max T. O'Connor, meglio noto con lo pseudonimo di Max More.

In quel testo, in un tono scanzonato e sarcastico, si prende congedo dalla tradizionale impotenza dell'uomo di fronte alle limitazioni della propria condizione finita. Non che non si riconosca la veridicità di quella fotografia dell'umano, ma la si considera ormai pressoché obsoleta, così come obsoleta è la sua accettazione in segno di rispetto nei confronti di un Salvatore trascendente. Tra le cose da superare per realizzare la promessa dell'uomo nuovo vi è dunque anche la fede in un Creatore:

«Quella di dio – scrive Max More – era una nozione primitiva, inventata da gente superstiziosa, gente che cominciava appena ad uscire dall'ignoranza e dalla assenza di consapevolezza. Il concetto di dio è stato un concetto oppressivo: un essere più potente di noi, ma fatto nell'immagine delle nostre stesse grezze auto-percezioni. La nostra progressione senza limiti verso forme più avanzate si offre come alternativa a questa idea religiosa. L'umanità è una fase temporanea di un lungo cammino dell'evoluzione; non siamo la vetta insuperabile della natura. È giunta l'ora di prendere consapevolmente il controllo e di accelerare verso il progresso transumano»5.

Da un lato, osserva More, guardandoci allo specchio non possiamo negare le debolezze della nostra attuale struttura biologica; tuttavia questa fotografia dell'oggi non è destinata a esprimere in modo altrettanto necessario il futuro dell'uomo. Non a caso, rivolgendosi direttamente a Madre Natura, More dapprima riconosce: «Ci hai creati vulnerabili alle malattie e alle ferite. Ci obblighi ad invecchiare e a morire proprio quando cominciamo a divenire saggi. Sei stata un po' avara nel darci consapevolezza dei nostri processi somatici, cognitivi ed emotivi. Sei stata poco generosa con noi, donando sensi più raffinati ad altri animali»6. Ma, ciò detto si affretta subito a rimarcare la presa di congedo da tale stato di minorità, prefigurando una totale emancipazione dell'uomo dalla tutela di Madre Natura. More ne parla nei termini di una vera e propria opera di riscrittura della Costituzione umana, condotta attraverso una serie di emendamenti (sette, in totale) destinati a "ristrutturare" in profondità le coordinate antropologiche essenziali.

Il primo aspetto a dover essere emendato è il carattere mortale dell'uomo. Scrive More: «Non sopporteremo più la tirannia dell'invecchiamento e della morte. Per mezzo di alterazioni genetiche, manipolazioni cellulari, organi sintetici e ogni altro mezzo necessario, ci doteremo di vitalità duratura e rimuoveremo la nostra data di scadenza. Ognuno di noi deciderà quanto a lungo potrà vivere»7. Non solo, accanto al rifiuto del limite estremo dell'esperienza umana, More rifiuta anche i tratti finiti che caratterizzano l'esistenza di ciascun uomo: la sua familiarità con l'insuccesso e lo scacco quotidiano, il senso di inadeguatezza o di insufficienza rispetto alle sfide che nel corso della sua vita è chiamato ad affrontare. Così afferma nella Dichiarazione transumanista:

«Noi non accettiamo gli aspetti spiacevoli della condizione umana. Sfidiamo i limiti imposti da natura e tradizione alle nostre potenzialità. Sosteniamo l'uso di scienza e tecnologia per eradicare i limiti alla nostra longevità, intelligenza, vitalità e libertà. Riteniamo assurdo accettare limiti "naturali" alla durata della nostra vita. La nostra visione del futuro include l'espansione della vita al di là dei confini della Terra – la culla dell'intelligenza umana e transumana – e verso lo spazio»8.

L'uomo nuovo prefigurato dalla letteratura postumanista è dunque l'esito di un processo di emancipazione dal limite in quanto tale, ed esprime un momento di cesura rispetto all'uomo vecchio le cui conseguenze sono difficili anche solo da immaginare.

3. In cammino verso l'immortalità

Le strategie "concrete" messe in campo per conseguire tale risultato possono essere diverse. Vi è chi scommette sullo sviluppo dell'intelligenza artificiale e della robotica, prefigurando forme di interazione uomo-macchina sempre più strette, fino al punto di immaginare una umanizzazione delle macchine, ovvero la nascita di una intelligenza artificiale capace di superare il test di Turing, e soprattutto una robotizzazione dell'umanità. Robotizzazione che può assumere le fattezze di una progressiva sostituzione di organi biologici con organi artificiali (dando vita ad un cyborg, ovvero ad un organismo cibernetico mezzo biologico e mezzo meccanico), ma altresì di una completa emancipazione dalle ristrettezze del corpo biologico resa possibile da innovative tecniche di trasferimento della vita della mente biologica su un supporto digitale. Quest'ultima prospettiva, detta mind uploading, rappresenta probabilmente la frontiera più suggestiva ricercata dai teorici dell'uomo nuovo e prefigura la possibilità di trasferire l'identità psicologica che, normalmente, "gira" su un supporto biologico (il cervello) su un hardware artificiale (un computer, appunto).

In fondo, argomentano i fautori del mind uploading, l'identità psicologica emerge dalla rete delle connessioni neurali del cervello; pertanto, una volta che si sarà in grado di trasferire l'informazione relativa a quelle reti di connessioni su un computer avremo, di fatto, trasportato la mente su un supporto non biologico e decisamente più duraturo, conquistato così l'immortalità terrena. Per conseguire tale risultato, suggerisce Bostrom, si potrà un giorno «condurre uno "scanning" (con una versione avanzata dell'odierna PET, per esempio) della struttura sinaptica di un cervello in modo da potere implementare in un substrato elettronico le computazioni neurali normalmente condotte su substrato biologico. Un modello con sufficiente definizione potrebbe essere prodotto disassemblando un cervello atomo per atomo con mezzi nanotecnologici»9. Ma lo stesso risultato, suggerisce il filosofo di Oxford, potrebbe essere raggiunto anche con metodi alternativi, per quanto inevitabilmente più invasivi o, meglio, distruttivi, quali «l'analisi di sottilissime fette di cervello con un microscopio elettronico dotato di un sistema automatico di elaborazione delle immagini»10.

Le vie con le quali l'uomo in transizione cerca di perseguire la sua "scalata al cielo" non si limitano, però, ai soli scenari prefigurati della robotica e dell'informatica; vi è infatti chi investe nei progressi dell'ingegneria genetica, ipotizzando una completa riprogrammazione delle generazioni a venire; chi prefigura la vittoria su ogni malattia grazie a nanorobot capaci di operare come farmacie incorporate e personalizzate; o, ancora, chi punta sulla possibilità di bloccare i processi di invecchiamento ed anzi di operare in ordine ad una rigenerazione del corpo biologico. A motivo di questa pluralità di strategie d'azione, non sembra fuori luogo parlare del movimento transumanista in analogia ad un arcipelago, ovvero come di una pluralità di visioni del futuro accomunate dalla persuasione che l'uomo sia ormai prossimo a trascendere l'attuale condizione umana e che l'evoluzione della specie sia indirizzata verso traguardi inediti e sorprendenti. Al di là delle differenze tipiche di ciascun autore, sono infatti individuabili alcune costanti, così come le diverse isole di un arcipelago sono bagnate, tutte, da uno stesso mare. Proviamo pertanto a richiamare, per quanto schematicamente alcune di queste costanti.

L'aspetto a nostro avviso più significativo del movimento transumanista riposa nell'ontologia materialistica che ne sostanzia le diverse espressioni. I molti autori citati in queste nostre brevi note condividono infatti un approccio tendenzialmente riduzionistico al reale, secondo il quale anche realtà complesse quali l'emergere della vita e l'attività mentale sono riconducibili senza residui alle dinamiche di interazione dei loro elementi fisici costitutivi. Da questa visione materialistica del reale consegue una concezione antropologica all'insegna del meccanicismo e del funzionalismo: l'uomo viene descritto nei termini di una macchina capace di svolgere determinate funzioni, pertanto, una volta conosciuti in modo adeguato i suoi elementi costitutivi e i suoi meccanismi di funzionamento, sembra scontato potervi intervenire in modo efficace per riparare eventuali danni o per potenziarne le performances funzionali. In questo contesto la malattia viene di fatto considerata alla stregua di un errore di funzionamento al quale l'abilità del medico-meccanico è chiamata a trovare adeguata soluzione. Una macchina guasta, nel momento in cui se ne conosce opportunamente il progetto e si dispone dei pezzi di ricambio, può sempre essere aggiustata (e, per converso, la macchina guasta non è mai "giusta", quindi il limite e la stessa mortalità, in quanto malfunzionamenti della macchina, sono rifiutate come errori inaccettabili a cui è possibile e doveroso trovare risposta).

In secondo luogo, quella stessa visione meccanicistica che pensa all'uomo alla stregua di un meccanismo perfettibile, concentra inevitabilmente l'attenzione sull'efficacia funzionale del meccanismo stesso. Da ciò deriva una visione efficientista ed edonista della vita. In questo contesto la felicità viene intesa come il risultato di un processo di costante perfezionamento/potenziamento delle capacità umane, utile a rendere maggiormente piacevole l'esperienza quotidiana. Emblematica al riguardo la posizione espressa da Julian Savulescu, il quale pone in equazione la qualità della vita con l'aumento delle capacità soggettive: maggiori sono le risorse disponibili – capabilities – migliore è la qualità di vita. Il benessere soggettivo diviene pertanto il criterio ultimo per giudicare il valore dell'esistenza umana. Dal che discende la doverosità etica del potenziamento umano. Per contro, i portatori di disabilità, sono inevitabilmente espressione di vite aventi un valore (e una dignità!) minore, il che giustifica sia le pratiche eutanasiche (equiparabili alla rottamazione dei progetti erronei), sia quelle eugenetiche (selezione dei progetti migliori).

In sintesi, si potrebbe affermare che, all'interno della cornice trans- e post-umanista, il principio del piacere assume una netta prevalenza rispetto al principio di verità, nel senso che l'espressione "vita felice" – così come l'espressione "vita riuscita" – non esprime il fiorire di un'esistenza autenticamente umana (nella misura in cui ne attua compiutamente le caratteristiche essenziali), bensì nomina il processo di progressivo soddisfacimento del desiderio immediato, soggettivo e anarchico rispetto a qualsiasi pretesa di verità oggettiva.

Un ulteriore aspetto tipico dell'arcipelago transumanista è poi rintracciabile nell'ottimismo con cui si guarda al progresso tecnico e nella persuasione ch'esso conduca inevitabilmente ad un trascendimento dell'attuale condizione umana. Si pensi all'ottimismo pratico di cui parla More nei suoi Principi estropici o alla fiducia con la quale autori quali Kurzweil, Drexler, Minsky, ecc. guardano al progresso tecnologico. Molti, tuttavia, hanno letto in questa ideologia del progresso estremo un'efficace strategia di marketing, capace di garantire un'adeguata copertura finanziaria a determinati progetti di sviluppo tecnologico a fronte di mirabolanti promesse sul futuro. Resta il fatto che l'ottimismo di sapore neopositivistico nei confronti del progresso tecno-scientifico esprime una delle costanti essenziali dell'arcipelago transumanista, in esplicito contrasto con le visioni distopiche offerte da certa letteratura fantascientifica.

Infine, due ulteriori costanti del pensiero postumanista sono rappresentate dalla valorizzazione del tema dell'autonomia personale – nella persuasione che autenticamente libero sia quel soggetto capace di sciogliere ogni vincolo di dipendenza dagli altri – e dall'aspirazione al dominio di sé e della natura. Il primo aspetto evidenzia l'individualismo sotteso all'antropologia transumanista, la quale tende a considerare l'altro come un possibile limite alla libertà soggettiva, fino al punto da suggerire la preferibilità di una fruizione privata del piacere che metta al riparo dai rischi impliciti nelle relazioni interpersonali (un caso emblematico è la virtualizzazione del piacere erotico). Il secondo aspetto tradisce invece una concezione della scienza intesa come dispositivo tecnico, capace di garantire un controllo sul reale, ma ormai incapace di coltivare un approccio contemplativo. Quest'ultimo aspetto appare evidente sia in relazione al desiderio, espresso da diversi autori, di poter pervenire ad una padronanza totale del mondo emotivo (così da non esserne più in balia ma, al contrario, da poter agire sempre al meglio in quanto soggetti perfettamente razionali), sia dalla volontà di governare completamente la propria dimensione fisica al pari della dimensione riproduttiva.

Da questi rapidi cenni alla prospettiva postumanista emerge con chiarezza come, da questo specifico punto di vista, la reazione di fronte ai limiti della condizione umana sia, sostanzialmente, all'insegna del rifiuto. Non a caso Max More afferma esplicitamente che ciò che esprime l'essenza dell'uomo non è affatto il limite, bensì la capacità di superare ogni limite naturale.

Riecheggiano in queste affermazioni di More le parole di Pico della Mirandola il quale, nella celebre Oratio de hominis dignitate, descrive l'uomo come una fattura priva di un'immagine precisa; un uomo non soggetto ad alcun limite o costrizione, ma capace di forgiare se stesso e il suo destino in conformità ai propri desideri. In una battuta l'uomo è ciò che vuole essere o, come avrà modo di sostenere Jean Paul Sartre a distanza di circa trecento anni, l'uomo non è altro che ciò che si fa. Questo, chiaramente, è possibile nella misura in cui si assume quale punto di partenza del ragionamento un concetto estremamente plastico di natura umana, la quale diviene oggetto di manipolazione e di trasformazione tecnica sino al punto di rottura (antropologica) in cui i continui cambiamenti apportati divengono così radicali da giustificare l'opportunità di guardare al risultato di tale trasformazione come a qualcosa di radicalmente diverso rispetto a ciò che, fino ad ora, siamo soliti chiamare essere umano. Il post-umano, esito ultimo di questo processo di autotrascendimento operato attraverso la modificazione tecnica del nostro corpo biologico, si configura pertanto come una rimozione sistematica di tutte le limitazioni e le fragilità che caratterizzano l'uomo d'oggi e come l'accesso ad una nuova dimensione della vita intelligente; si ritiene anzi che tale storia metamorfica sia già iniziata da tempo, e ciò che ci attende sia "solo" un momento di inarrestabile accelerazione di quanto fino ad ora ha conosciuto uno sviluppo graduale. Ciò che contraddistingue il nostro tempo presente e il futuro prossimo venturo è dunque l'accelerazione esponenziale di un processo che, sino ad ora, è stato considerato come un tipo di crescita lineare. La nostra abitudine a immaginare progressi graduali può farci apparire futuribili o inverosimili le prospettive postumaniste; in realtà, come osserva ad esempio Kurzweil, se riuscissimo a scorgere il carattere esponenziale con cui procede il progresso tecnoscientifico, saremmo meno scettici rispetto a ciò che di qui a brevissimo tempo saremo effettivamente in grado di fare: prolungare indefinitivamente la vita dell'uomo, renderlo resistente ad ogni forma di malattia e capace, qualora necessario, di sostituire ogni parte danneggiata del proprio corpo con un analogo manufatto artificiale, fermare l'invecchiamento cellulare e potenziare le capacità cognitive. Centrare questi obiettivi perfezionando se stessi equivale dunque a conquistare l'autentica felicità. Questa la grande promessa postumanista.

L'autore

Luca Grion è docente di filosofia morale presso l'Università degli Studi di Udine e direttore del Centro Studi Jaques Maritain. Con Andrea Aguti dirige "Anthropologica. Annuario di studi filosofici". I suoi interessi vertono in primo luogo sui temi della metafisica classica, con particolare attenzione alla riflessione sviluppata alla "scuola milanese"; a questi studi si affianca l'attenzione per la riflessione etica e per l'antropologia filosofica, in conformità al desiderio di armonizzare vita e logo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Gustavo Bontadini, Città del Vaticano 2012; La sfida postumanista. Colloqui sul significato della tecnica (a cura di), Bologna 2012; Chi dice io? Riflessioni sull'identità personale (a cura di), Brescia 2012; La differenza umana. Riduzionismo e antiumanesimo (a cura di), Brescia 2009; La vita come problema metafisico, Milano 2008.

Info: www.lucagrion.it

1 Presentiamo qui i paragrafi 1, 2 e 3 del terzo capitolo di Persi nel labirinto. Etica e antropologia alla prova del naturalismo (Mimesis, Milano-Udine 2012). Dalla presente versione sono state escluse, per motivi di sintesi, le note esplicative.

2 M. De Caro, Libero arbitrio, Una introduzione, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 61.

3 Cfr. N. Bostrom et al., The transhumanist FAQ (nostro il corsivo). Il testo delle FAQ è disponibile on line sia nell'originale inglese (http://humanityplus.org) che in traduzione italiana (www.estropico.org).

4 Cfr. Bostrom et al., The transhumanist FAQ.

5 M. More, On Becoming Posthuman, testo del 1994 disponibile on line sia in lingua inglese (www.maxmore.com ) che italiana (www.extropico.com).

6 M. More, A letter to Mother Nature; si tratta del testo letto in occasione della conferenza tenuta a Berkeley, in California, nell'agosto del 1999 dal titolo: EXTRO 4: Biotech Futures. Challenges and Choices of Life Extension and Genetic Enginee- ring. Testo poi rivisto nel 2009 e ora disponibile on line sia in lingua inglese (http://strategicphilosophy.blogspot.com) che in traduzione italiana (www.estropico.org).

7 Ibidem.

8 More, The Extropian Principles. Version 3.0.

9 Bostrom et al., The transhumanist FAQ.

10 Ibidem.

 

Tecnofascismo? No grazie.

  • Una serie di articoli su sovrumanismo e dintorni e sui motivi che hanno spinto Estropico ad andarsene dalla Associazione Italiana Transumanisti.
  • Aggiornamenti (su Estropico Blog)

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