PDF Stampa E-mail
La Creatura Planetaria, di Giuseppe O. Longo
Visioni del futuro - Postumano

Homo_immortalis

1. L'avvento della Creatura Planetaria

Quando gli utenti aggiungono nuovi concetti e nuovi siti, questi vengono integrati nella struttura del Web dagli altri utenti che ne scoprono il contenuto e creano nuovi collegamenti. Come nel cervello si formano le sinapsi, con le associazioni che diventano più forti attraverso la ripetizione o l'intensità, allo stesso modo le connessioni del Web crescono organicamente come risultato dell'attività collettiva di tutti gli utenti del Web.

Tim O' Reilly

Grazie a una successione di estroflessioni comunicative rappresentate dalla lingua, prima orale e poi scritta, dalla stampa e dagli strumenti della recente tecnologia dell'informazione, ultimo dei quali la rete, l'uomo ha prodotto un flusso crescente di comunicazioni, mediato sempre più spesso da dispositivi artificiali. Si sono così create unità comunicative sociali via via più ampie, che tendono a fondersi in un unico spazio comunicativo globale, l'infosfera, in cui la mole delle comunicazioni continua a lievitare, accrescendo la massa delle conoscenze condivise.

Mentre la quantità delle conoscenze effettive dei singoli resta in media più o meno costante, aumenta invece la massa potenziale delle conoscenze a disposizione di ciascun individuo. All'estensione quantitativa corrisponde a volte un degrado qualitativo e ciò che si guadagna in ampiezza si perde in profondità e in precisione. Inoltre la mediazione tecnologica elimina certe componenti tipiche dell'interazione umana e collegate alla presenza corporea: espressioni del viso, toni di voce, posture, messaggi organolettici...

L'estroflessione comunicativa si prolunga in un'estroflessione cognitiva: grazie alla lingua, la comunicazione e il sapere escono dagli individui per acquistare una dimensione collettiva, il cui soggetto è l'umanità. Questa attività cognitiva superindividuale, come ho detto, configura una vera e propria intelligenza collettiva. Secondo alcuni si tratta solo di una metafora, ma è indubbio che certe attività intelligenti, per esempio certe imprese scientifiche di ampio respiro, sono rese possibili solo dalla collaborazione tra più menti collegate dalla lingua e dai suoi supporti. Nessuna mente singola riuscirebbe a progettare e a condurre certi esperimenti o certe ricerche di elevata complessità. Dunque la mente collettiva è una realtà incipiente, di cui si notano già tracce robuste e inequivocabili. Ho proposto di chiamare Creatura Planetaria (la sede di) questa mente collettiva. Internet si può considerare il primo embrione di questa Creatura.

Tuttavia, almeno per il momento, la mente collettiva non possiede un correlato riflesso (coscienza), non possiede emozioni e non colora di "senso" le proprie esperienze cognitive. Inoltre sembra essere singolarmente assente in essa la dimensione etica, che latita anche nella prospettiva, coltivata da alcuni futurologi, tra i quali Raymond Kurzweil, della cosiddetta singolarità, un salto quantitativo di enorme portata cui si starebbe preparando l'intelligenza collettiva dell'umanità: come se la Creatura Planetaria stesse per subire un'esplosione improvvisa e sconvolgente nella sua dimensione cognitiva. La singolarità coinvolgerebbe le capacità cognitive e la mole delle conoscenze, ma non riguarderebbe in alcun modo il risvolto etico e il corredo emotivo che dovrebbe accompagnare un tale sviluppo. Secondo questa prospettiva, sembra anzi che conoscenza ed etica vengano a coincidere, o che l'etica si appiattisca sulla conoscenza: la conoscenza sarebbe un bene in sé, anzi il bene sommo. In effetti, come dimostrano le intelligenze artificiali, esistono attività cognitive che non hanno alcun bisogno di correlati emotivi, i quali viceversa accompagnano sempre la cognizione nell'uomo e negli animali. Di conseguenza, quanto più la cognizione è svolta nelle e dalle macchine, tanto meno ha bisogno di colorarsi di affetti e di sentimenti.

Di affetti e di emozioni sono invece screziate tutte le attività dell'uomo, in particolare le attività mentali. Tra queste attività un posto speciale occupa la narrazione. Da sempre l'uomo narra e si narra, comunica, dialoga con sé stesso e con l'alterità, scambia dati, notizie e segnali. La tecnologia dell'informazione ha accelerato e amplificato quest'attività narrativa, che è rimasta fondamentalmente inalterata nelle sue radici, anche se sono cambiati i modi e i mezzi della comunicazione e sono aumentati il loro raggio d'azione e la loro pervasività. C'è da chiedersi se dopo l'avvento della singolarità la Creatura Planetaria svolgerà ancora un'attività narrativa e in quali forme, oppure se la sua unica attività mentale sarà l'accumulo di conoscenze di tipo oggettivo. Vi sarà ancora posto per la fantasia, per l'immaginazione, per la follia?

Oggi è molto cresciuta la consapevolezza del fenomeno comunicazionale. La tecnologia ci fornisce dispositivi tali, per velocità, potenza ed economicità, da esaltare enormemente la nostra percezione di queste pratiche: da quando se ne parla tanto, tutto è diventato informazione, anche se spesso questa consapevolezza si traduce in esibizionismo e in narcisismo effimero.

La formazione dell'intelligenza collettiva prefigura dunque l'avvento di una Creatura Planetaria, del cui sistema nervoso centrale Internet sarebbe il primo embrione. La Creatura Planetaria rappresenterebbe, almeno sotto il profilo cognitivo, uno stadio evolutivo ulteriore rispetto a Homo sapiens, anzi a Homo technologicus, che è l'uomo in simbiosi con la tecnologia. Oggi, con la diffusione dei telefoni cellulari e con l'integrazione in corso tra Internet e telefonia mobile, si aprono orizzonti sconfinati allo sviluppo comunicativo e cognitivo della Creatura Planetaria. Ciascun rappresentante di Homo technologicus, munito di un piccolo e potente terminale di comunicazione ed elaborazione, che un giorno non troppo lontano sarà impiantato nel corpo, si avvia a diventare una cellula di un organismo gigantesco, l'umanità connessa, un'entità unica sotto il profilo mentale, al pari di un formicaio o di un alveare.

Le conseguenze di questo salto sono difficili da prevedere. Questa prospettiva ha i suoi antecedenti nella noosfera di Pierre Teilhard de Chardin e nella singolarità di Kurzweil, che, con sfumature diverse, hanno prefigurato lo stadio collettivo del genere umano integrato da quelle vere e proprie psicotecnologie che sono le macchine della mente. Si formerebbe una sorta di simbiosi di tipo ciborganico tra uomini e dispositivi digitali. In effetti la nostra struttura psicofisica sembra fatta apposta per accogliere questi apparati e per integrarvisi in modo apparentemente agevole e indolore. In tale visione, gli umani delegherebbero, almeno in parte, le loro capacità cognitive alla Creatura Planetaria.

Si tratta di uno scenario, certo, e molte sono le perplessità e le obiezioni che esso suscita. Se è vero che sotto il profilo informazionale e comunicativo la specie umana si sta trasformando in un organismo unico, come l'alveare o il formicaio, è anche vero che la Creatura Planetaria presenta una differenza radicale rispetto alle colonie di insetti sociali: mentre questi insetti sono dotati di un'intelligenza individuale infima, gli umani hanno capacità cognitive molto sviluppate, e in più posseggono sentimenti, emozioni e coscienza riflessa. C'è da chiedersi se siano disposti a rinunciare, in tutto o in parte, a questi attributi per sottomettersi alla Creatura Planetaria diventando cellule di questo organismo supersocietario. La delega cognitiva a favore della Creatura Planetaria (e la corrispondente possibile amputazione emotiva) potrebbe essere ostacolata da molte resistenze e rivendicazioni: gli individui potrebbero manifestare una notevole riluttanza a dimenticare o a portare all'ammasso collettivo la loro sensibilità, la loro capacità espressiva, il loro libero arbitrio e la loro esperienza personale unica e insostituibile.

Inoltre certe caratteristiche ancestrali dell'umanità, come l'aggressività, lo spirito di competizione e l'avidità, si opporranno in maniera decisa all'uniformazione del comportamento e del pensiero che sembra necessaria alla costituzione e al rafforzamento della Creatura Planetaria. Non si può peraltro escludere che lo spiccato individualismo di cui ha dato prova finora il genere umano si attenui in base ai meccanismi evolutivi bioculturali, consentendo uno slittamento verso condotte di tipo collettivo, più altruistiche e meno egoistiche.

Se la Creatura Planetaria si formasse, in questo nuovo stadio d'integrazione uomo-tecnologia l'intelligenza e le competenze avrebbero un carattere ancora più sistemico e distribuito di oggi, gli scambi informazionali mediati dalla tecnologia diventerebbero cospicui, anzi preponderanti, rispetto agli scambi diretti tra le persone. Il sistema integrato avrebbe molte caratteristiche di un vero e proprio organismo e, come tutti gli organismi, tenderebbe fortemente a mantenersi e ad accrescersi a spese di un altrove la cui entropia (degrado) non potrebbe che aumentare a dismisura.

C'è dunque, sulla strada di questa possibile evoluzione verso la Creatura Planetaria, un elemento di imprevedibilità, che deriva in parte dalla limitatezza di certe risorse (spazio, energia, ma anche qualità dell'aria e dell'acqua) e in parte dalla stessa enorme complessità del cervello umano e delle macchine informatiche uniti in simbiosi. Questi due fattori, complessità e limitatezza delle risorse, introducono un certo grado di instabilità, che potrebbe modificare in maniera anche radicale il quadro che ho tracciato. L'instabilità potrebbe assumere proporzioni planetarie: il residuo di ingovernabilità che hanno quasi tutti i processi con cui abbiamo a che fare (il traffico, l'inquinamento, la criminalità, la droga, la sanità, la distribuzione delle risorse...) potrebbe dilagare, interferendo con le linee dell'evoluzione e bloccandole.

La nuova creatura sarebbe dunque minacciata, come e più di tutte le altre, per la sua fragilità e per le sue dimensioni, dalla presenza inesorabile dei prodotti del suo metabolismo, dal degrado che essa introdurrebbe nel proprio ambiente concettuale e fisico (perché si tratterebbe di un sistema materiale, oltre che informazionale). Ingombrando sempre più l'altrove, l'indispensabile ricettacolo dei rifiuti, essa s'intossicherebbe di sé stessa, perché il ricettacolo, ampliandosi sempre più, tenderebbe a invadere tutto l'ambiente. Se ci sono limiti allo sviluppo della Creatura Planetaria, essi sono da ricercarsi dunque negli effetti di saturazione e di retroazione.

2. Il paradosso della trasparenza totale

La Creatura Planetaria soffrirebbe anche di limitazioni informazionali: infatti il surriscaldamento informatico, causa ed effetto di una trasparenza comunicativa totale, può portare a una proliferazione di dati capace di paralizzare il sistema per semplice effetto di accumulo o per riverberazioni patogenetiche (si pensi alla moltiplicazione delle epidemie da virus informatici). Può darsi che, paradossalmente, il mondo privo di ombre della comunicazione totale sia di ostacolo proprio alla comunicazione: non è casuale che la maggior parte dei flussi e degli scambi informazionali di una società restino sconosciuti alla maggior parte dei suoi membri o, nel caso di un organismo, restino a livello di inconsapevolezza. La trasparenza comunicativa assoluta, che sembrerebbe avere nella congetturale Creatura Planetaria la sua attuazione, conduce a un paradosso insanabile, di cui l'affaire Wikileaks ci offre un'illustrazione paradigmatica.

Il paradosso è questo. Da una parte desideriamo essere informati di tutto, vagheggiamo una società cristallina in cui le informazioni circolino senza nessun ostacolo. D'altra parte ciascun individuo, ciascun gruppo, ciascuna organizzazione custodisce nell'armadio uno scheletro, non necessariamente infame ma sempre intimo, che deve poter proteggere in nome di quell'altro grande diritto che è la privatezza, diritto che si oppone al diritto d'informazione. La privatezza è necessaria per il mantenimento dell'equilibrio sociale e affettivo: certe cose si debbono tacere per non provocare traumi e scompensi. Non si tratta di una pratica tartufesca, ma di una saggia amministrazione dell'equilibrio familiare, interpersonale, politico.

Ogni organismo, biologico o sociale, ha la necessità di mantenere segreti alcuni degli scambi comunicativi che vi si svolgono, pena la paralisi: come ce la caveremmo se dovessimo seguire tutti gli scambi d'informazione tra cervello e cuore, come potremmo sopravvivere se dovessimo controllare tutti i processi digestivi e tutti i segnali nervosi?

Non tutti gli scambi debbono arrivare a livello della coscienza, altrimenti ci bloccheremmo. Allo stesso modo, in una società, la piena trasparenza porterebbe all'arresto di certi meccanismi essenziali. In un suo bellissimo testo, Dove gli Angeli esitano, Gregory Bateson fece l'elogio del sacro, che identificava con il silenzio, la riservatezza, il rispetto per quelle regioni della vita dove, riprendendo un verso di Alexander Pope, "gli angeli esitano a posare il piede e dove gli stolti si precipitano" vociferanti.

In una società del tutto pervia agli scambi la paralisi seguirebbe da due fattori: in primo luogo se tutte le informazioni potessero giungere sotto gli occhi o dentro gli orecchi di tutti, per evitare infarti sociali molti messaggi non sarebbero neppure inviati, oppure sarebbero affidati a livelli superiori di segretezza (codici e cifrari sempre più raffinati), quindi l'attività comunicativa subirebbe gravi rallentamenti o addirittura amputazioni, con pregiudizio di molti adempimenti politici, diplomatici, giudiziari.

La seconda ragione della paralisi deriverebbe dalla propensione umana alla curiosità: immagino turbe di cittadini con l'occhio e l'orecchio applicati alle fonti dell'informazione totale, che riverserebbero su di loro notizie a getto continuo. Il piacere pruriginoso ricavato dall'origliare impedirebbe a molti di staccarsene: questa compulsione voyeuristica nocerebbe al lavoro, alla vita familiare, ai sereni svaghi, agli affetti amicali. Nel funzionamento di una società complessa ci sono molti livelli di riservatezza che vanno rispettati, e saggezza imporrebbe una misurata distribuzione delle notizie alle varie categorie, ai vari gruppi, alle varie classi, ai vari individui. Non si possono rivelare ai bambini le intimità sessuali dei genitori con la stessa disinvoltura con cui se ne parla con gli amici o con i medici. Per non parlare dell'uso distorto e strumentale che molti farebbero dei messaggi intercettati, specie in un'epoca come la nostra in cui il pettegolezzo, la chiacchiera e la calunnia alimentano ogni giorno scandali e volgarità, distogliendo l'attenzione collettiva dai problemi più importanti.

Alcune notizie debbono essere fornite a tutti, altre a pochi o pochissimi e sempre a tempo e luogo. Ciò che si racconta all'amico non si racconta al primo che passa. L'operazione Wikileaks ha destato le preoccupazioni delle cancellerie, ma anche la soddisfazione maligna di molti che, esclusi dalle stanze del potere, si sono sentiti risarciti della loro condizione minoritaria, e ciò a prescindere dal contenuto dei messaggi rivelati, a volte già noto, a volte banale, a volte rilevante, ma spesso poco interessante se non sotto il profilo dell'indiscrezione e della malevolenza.

Chi va a curiosare dietro le quinte spesso resta deluso, gusta ma guasta gli effetti della regia, e ne ritorna disincantato. L'arte si nutre di una sapiente miscela di detto e non detto, nella letteratura la verità si afferma negandosi. Il desiderio, coltivato con qualche ragione dagli scienziati nelle loro ricerche, di dire tutto, di illuminare tutto, di rivelare tutto, di uccidere affatto le ombre e il chiaroscuro può essere fatale al buon funzionamento della società, della vita di coppia, dell'amicizia, dei rapporti umani.

3. La solitudine narcisistica della Creatura Planetaria

Qui narra di come Narcis s'innamorò de l'ombra sua

Narcis fue molto bellissimo.
Un giorno avenne ch'e' si riposava sopra una bella fontana. Guardò nell'acqua: vide l'ombra sua ch'iera molto bellissima. Incominciò a riguardarla e rallegrarsi sopra la fonte, e l'ombra sua facea il simigliante; e così credette che quella fosse persona che avesse vita, che istesse nell'acqua, e non si acorgea che fosse l'ombra sua. Cominciò ad amare, e inamoronne sì forte, che la volle pigliare.
E l'acqua si turbò e l'ombra sparìo, ond'elli incominciò a piangere sopra la fonte.
E, l'acqua schiarando, vide l'ombra che piangea in sembiante sì com'egli.
Allora Narcis si lasciò cadere nella fonte, di guisa che vi morìo e annegò.
Il tempo era di primavera.
Donne si veniano a diportare alla fonte; videro il bello Narcis anegato. Con grandissimo pianto lo trassero della fonte, e così ritto l'appoggiaro alle sponde.
Onde dinanzi dallo dio d'Amore andò la novella.
Onde lo dio d'Amore ne fece un nobilissimo mandorlo, molto verde e molto bene stante: e fue il primaio albero, che prima fa fiorita e rinnovella amore.

Il Novellino

Se, nonostante tutti gli ostacoli, la Creatura Planetaria dovesse formarsi e fagocitare la volontà, la cognizione e le capacità decisionali dei singoli e assorbire non solo le intelligenze individuali, ma anche le intelligenze collettive parziali, si configurerebbe uno stadio evolutivo dell'umanità caratterizzato da una discontinuità forte rispetto al presente: essendo unica, la Creatura Planetaria non avrebbe né compagni né concorrenti con cui dialogare e confrontarsi. Le verrebbe quindi a mancare uno dei motori più potenti del cambiamento e dell'evoluzione. Essa, in linea di principio, potrebbe guidare la propria evoluzione ulteriore in base a criteri razionali ed esercitando un controllo perfetto sul proprio destino.

Ma che cosa spingerebbe la Creatura Planetaria a evolversi? Quali sarebbero insomma i suoi bisogni, le sue carenze e le sue nostalgie? Perché dovrebbe modificare il suo stato di beatitudine, dato che nessun concorrente la minaccerebbe, e nessun termine di confronto la porrebbe di fronte ai suoi difetti? C'è da chiedersi insomma se avrebbe senso parlare della Creatura Planetaria come di un'entità capace, e desiderosa, di progettare il proprio destino e di indirizzare la propria storia: forse essa permarrebbe indefinitamente in uno stato stazionario e imperturbato, molto simile all'estasi di Narciso.

Possiamo dire che questo stato di quieta stabilità somiglia molto all'immortalità. Rinunciando alla propria individualità e aggregandosi in un organismo cognitivo supersocietario, gli uomini avrebbero attuato uno dei loro sogni più antichi e tenaci. Ma è proprio così? In realtà la Creatura Planetaria sarebbe immortale, o quasi, ma i suoi componenti, gli individui umani, non lo sarebbero affatto. Come le cellule di un organismo biologico, essi morirebbero e sarebbero sostituiti di continuo da individui più giovani che prenderebbero il loro posto ed eserciterebbero le loro funzioni in seno al superorganismo. Sarebbe una sorta di immortalità delegata o per procura, un'immortalità morganatica, non trasmissibile e non ereditaria. In ogni caso, neppure la Creatura Planetaria potrebbe sopravvivere alla morte dell'Universo...

I profeti della singolarità alla Kurzweil sostengono che l'aspirazione dell'uomo e, dopo di lui, della Creatura Planetaria, è sapere sempre più cose, come se il sapere fosse desiderabile in sé. Non tutti sarebbero d'accordo su questa tesi, anche perché il sapere non intrecciato di elementi etici, emotivi, estetici, solidaristici e così via è, almeno per alcuni, arido e infecondo: per altri, invece è quanto di più soddisfacente vi sia. Di recente mi sono imbattuto in questa affermazione di Eric-Emmanuel Schmitt: "Auschwitz non è solo il campo di sterminio. Auschwitz è la dimostrazione che il progresso esiste nella scienza e nella tecnica, ma non nell'umanità: lì fallisce perché con il tempo gli uomini non diventano più buoni né più intelligenti né più morali." Ci si può domandare se la simbiosi con le macchine e il potenziamento cognitivo associato all'avvento della Creatura Planetaria ci rendano più buoni e più morali...

E poi, raggiunto il punto finale, costituito dal sapere totale, ammesso che esista qualcosa del genere, che cosa farebbe la Creatura? Insomma, prima o poi essa potrebbe giungere a uno stato atarattico, in cui soggetto e oggetto di conoscenza coinciderebbero in una sorta di pan-cognizione. Questo stato non potrebbe che essere un'estasi narcisistica autocontemplativa. La Creatura si specchierebbe in sé in un infinito compiacimento. L'immortalità della Creatura avrebbe tutti i difetti dell'auspicata immortalità umana: la noia, l'accidia, l'indolenza, la mancanza di curiosità per assenza di ulteriori oggetti di conoscenza, insomma un'inerzia... mortale.

A questo punto, paradossalmente, il declino del narcisismo antropocentrico darebbe luogo a un altro narcisismo, incentrato sulla Creatura Planetaria. In altre parole, gli umani stanno finalmente accettando la presenza in sé stessi dell'Altro (umano, animale, vegetale e, oggi, macchina), cioè stanno accettando il fatto che la loro natura sia ibrida e meticcia (come scrisse Arthur Rimbaud, Je est un autre). Ma proprio nel momento in cui il mito della purezza e dell'invarianza dell'uomo si sta avviando al tramonto e si assiste al crepuscolo dell'antropocentrismo narcisistico di Homo sapiens, divenuto ormai palesemente Homo technologicus ibridato con l'Altro, ecco che si annuncia l'avvento di un altro Narciso, di dimensioni planetarie. Chiusa nella propria autoreferenzialità contemplativa, priva di ogni alterità esterna con cui comunicare non che meticciarsi, incapace di imboccare un percorso evolutivo qualsiasi, la Creatura Planetaria potrebbe essere condannata a una solitudine demente. Sarebbe capace, in tale situazione, di sviluppare emozioni, autocoscienza e livelli superiori di etica ed estetica?

Ma forse questa visione atarattica e paralizzante è illusoria: grazie alle proprie componenti simbiotiche, cioè i singoli Homo technologicus, dotati di coscienza, emozioni e spinta propulsiva, la Creatura Planetaria potrebbe subire, o addirittura progettare, una certa evoluzione, intrecciando una sorta di aurorale finalismo cosciente con le derive della dinamica interna e con i vincoli imposti dalle condizioni esterne. Infatti, a ben vedere, la Creatura Planetaria non vivrebbe nel vuoto o nello spazio della virtualità informazionale. Tramite le sue cellule ciborganiche (i simbionti uomo-macchina), essa pescherebbe nella realtà fisica e ne dipenderebbe per la sua sopravvivenza. Dovrebbe quindi affrontare le derive ambientali, i cambiamenti climatici, la scarsità energetica, il degrado e i guasti delle apparecchiature, il dinamismo residuo dei suoi componenti (cioè degli esseri umani) e il loro ricambio. Sul versante più astratto e simbolico, dovrebbe combattere le degenerazioni entropiche del flusso comunicativo interno, i paradossi logici, i virus informatici che si formerebbero spontaneamente o per deliberata volontà di dominio da parte di sottosistemi ribelli. E' difficile immaginare una Creatura Planetaria che duri monolitica, indifferenziata e autocompiaciuta per periodi di tempo molto lunghi: la dinamica energetica e informazionale del sistema porterebbe a diversificazioni e ad emergenze, a novità perturbative, a cambiamenti di fase e a instabilità innovative.

Tratto da Homo immortalis. Una vita quasi infinita, di Nunzia Bonifati e Giuseppe O. Longo, Springer, Milano, 2012, cap. 4, pagg. 186-197.

 

Tecnofascismo? No grazie.

  • Una serie di articoli su sovrumanismo e dintorni e sui motivi che hanno spinto Estropico ad andarsene dalla Associazione Italiana Transumanisti.
  • Aggiornamenti (su Estropico Blog)

Varie